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Cosa sapere su

FERMIGNANO

CENNI  DI STORIA

Fermignano, diventata Comune all'inizio dell'Ottocento, nasce come castello del ducato di Urbino (Castrum Firmignani) in età medioevale, probabilmente dove fin dall'età romana e forse preistorica era presente un sito di attraversamento del fiume. Secondo alcuni, la città ha origini romane.

Il nome stesso deriverebbe dal toponimo Firmidianum, coniato sul nome Firmidius, antico proprietario terriero del luogo. Molti sono infatti i reperti archeologici che testimoniano di insediamenti e ville romane.
Proprio nel territorio di Fermignano è ipotizzato uno dei luoghi di svolgimento, nel 207 a.C., della battaglia del Metauro tra i Cartaginesi di Asdrubale ed i Romani guidati dai consoli Livio Salinatore e Claudio Nerone. A conferma di tale tesi si vuole leggere nel toponimo "Monte Sdrovaldo" o "Asdrualdo", attribuito ad un'altura a sud di Fermignano, un riferimento al generale cartaginese. Inoltre, in località Montelce sono ancora visibili i resti di quella che una tradizione locale definisce la "tomba di Asdrubale".

Le testimonianze più importanti della città antica sono il complesso del Ponte e della Torre medioevale con la cascata sul Metauro e il contiguo quartiere medioevale.
L'importanza del castello di Fermignano nel ducato di Urbino era determinata dal fatto che qui era ubicata un'antica cartiera che ha poi continuato a lavorare fino alla fine dell'Ottocento, contribuendo in modo determinante all'economia della città.

Su una collina che domina l'abitato di Fermignano sorge la casa dove secondo un'antica tradizione, suffragata da recenti acquisizioni documentali, nacque uno dei massimi architetti del Rinascimento italiano, Donato Bramante (1444 - 1514); la gloria di aver dato i natali all'artista è rivendicata anche da Urbino, Urbania e San Marino.

 

COSA VEDERE


La Gola del Furlo


La gola del Furlo che comprende la Chiesetta di Santa Maria delle Grazie, la galleria piccola, la galleria di Vespasiano, la grotta del Grano e una parte della diga del Furlo si trovano nel Comune di Fermignano. Mutatio Intercisa o Ad Intercisa (saxa), più tardi Intercisa, rappresenta il toponimo più antico della gola e il suo significato letterale di “rocce tagliate” deriva chiaramente dai tagli praticati sul fianco del monte per ricavare la strada. Il toponimo dell’età Bizantina di Petra Pertusa, cioè “roccia perforata”, ricordato dallo storico Procopio, così come il toponimo attuale Furlo, derivato da Forolo/Furulus, sono evidenti richiami alla galleria costruita da Vespasiano.

La gola, varco naturale lungo 3 km, è costituita da una profonda e stretta fenditura naturale tra il monte Pietralata (m 888) e il monte Paganuccio (m 976) sul cui fondo scorre infossato e tra pareti scoscese il Candigliano, un affluente del Metauro. Lungo il percorso si trovano numerosi resti di epoca romana e anche di età preromana che dimostrano l’utilizzo della via nelle varie epoche. Il tracciato che era obbligato dalla morfologia del territorio rimane lo stesso nel corso del tempo.

Il Candigliano ha un regime torrentizio, s’incunea vorticoso nella gola in uno stretto alveo. Nel punto più angusto della strettoia superava un brusco dislivello di circa 10 metri con una cascata che oggi è nascosta perché, circa un secolo fa, è stata costruita una diga che ha formato un ampio lago per alimentare la vicina centrale elettrica, ricordata negli anni Venti del ‘900 come “la più grande delle Marche”. La costruzione della diga ha comportato la demolizione dello sperone di parete rocciosa sulla sinistra del Candigliano e di conseguenza anche di un tratto di una decina di metri della Flaminia. Il grande bacino idroelettrico ha occupato il fondo della gola per l'intera lunghezza e per vari metri di altezza, tanto da avere sommerso gran parte delle costruzioni antiche ancora conservate, i resti di mura romane riaffiorano talvolta soprattutto in estate quando il livello dell'acqua è basso.

La Gola del Furlo determina il confine amministrativo fra cinque enti territoriali: i comuni di Fermignano, Acqualagna, Cagli, Fossombrone e Urbino, segno dell’importanza del luogo. Era un punto di passaggio obbligato verso il Passo della Scheggia, il più favorevole degli Appennini centrali e l'alta Valle del Tevere. Si tratta, infatti, del valico più basso del'Italia centrale, situato alla modesta quota di 632 m. La gola e il passo costituiscono un insieme di varchi naturali d'eccezione, che mettono in collegamento la Costa medio Adriatica con il versante tirrenico della penisola. Questi varchi naturali hanno determinato i più antichi percorsi seguiti dalla transumanza stagionale del bestiame verso i pascoli appenninici.

La riscoperta archeologica della strettoia del Furlo è avvenuta agli inizi del Quattrocento da parte di Flavio Biondo, un personaggio d'eccezione che durante i suoi viaggi da Roma a Urbino verso la Romagna descrive accuratamente i resti imponenti di strutture romane visti personalmente nella gola. Biondo ha compreso il significato delle opere romane del Furlo e le ha descritte con ricchezza di particolari e con frequenti riferimenti alle fonti classiche. La sua attenzione è stata particolarmente attratta dalla grande galleria. Dopo di lui in molti ne hanno scritto, tra questi nel Cinquecento l’Alberti che segnala nella Gola del Furlo il costone di roccia tagliato per una lunghezza di 500 passi grossi e alti muri che sorreggevano la strada verso valle e, in particolare, la galleria di cento piedi in lunghezza e di dodici sia in larghezza che in altezza, descrivendo accuratamente l'intervento di Vespasiano. Più tardi Michel De Montaigne manifesta un’analoga attenzione anche per le strutture antiche esistenti nella gola e descrive la galleria scavata nel monte e una delle iscrizioni incise sopra l'ingresso. Agli inizi del Seicento Filippo Chuverio ha visitato i luoghi con Luca Holstenius mostrando di conoscere tutti gli avvenimenti accaduti al Furlo. Nel 1626 il Mingucci ha riprodotto in disegni a colori la Gola del Furlo e, in particolare, la galleria di Vespasiano.

Nel 1642 il Cimarelli ricorda le antichità conservate nella gola Nel novecento la gola ha assunto una nuova notorietà, è stato realizzato un intervento di rimboschimento di tutto il massiccio roccioso da parte delle Guardie forestali. L'area della strada presso la galleria antica è stata ristrutturata con transenne ed è stata restaurata la Chiesina quattrocentesca della Madonna delle Grazie. Si sono, però, perse almeno due casette costruite in pietra sul piano di roccia della via romana accanto alla chiesa.

La peculiarità del luogo ha portato ad apporre vincoli di salvaguardia e interventi di tutela e valorizzazione dell'area. Nel 1989, infatti, la Regione, sulla base dei “Decreti Galasso” ha posto sul Furlo un vincolo paesaggistico nel “Piano paesistico ambientale regionale” prevedendo l'istituzione di un “Parco Storico-ambientale”. Nel 2001 è stata istituita “la Riserva Naturale Statale della Gola del Furlo” che, nel 2011 ha restaurato la galleria minore e le antiche strutture murarie adiacenti.

 

Abbazia Benedettina di San Silvestro in Iscleto

Il monastero di San Silvestro in Iscleto risale alla metà dell'anno mille quando nascevano e si sviluppavano altri monasteri nella Valle del Metauro, San Cristoforo del Ponte oggi Urbania, Sant'Angelo in Gaifa ecc.. La scelta della loro ubicazione non era casuale, infatti venivano costruiti in posizioni strategiche nei pressi del fiume per difendersi da eventuali attacchi e per controllare il passaggio fluviale. Per l'abbazia di Gaifa esiste un documento che testimonia la sua esistenza fin dagli anni 905-914 come legata alla chiesa di Ravenna. Molto probabilmente San Silvestro derivò dal monastero di Gaifa e sorse poco dopo il pontificato di Papa Silvestro II. Nel 1040 San Pier Damiani quando soggiornò nel vicino Monastero di San Vincenzo al Furlo ne parla in un suo scritto.

Le abbazie servivano anche come punti di sosta per i pellegrini e i viandanti del medioevo nelle strade che collegavano la Romagna a Roma. Nel 1252 Papa Innocenzo IV concesse l’apostolica protezione ai monaci di San Silvestro che seguivano la regola di San Benedetto. Nel monastero i monaci hanno dimorato per circa 250 anni.

L’abbazia di San Silvestro aveva anche una funzione socio-economica cioè promuoveva lavori di bonifica per la messa culturale di terre abbandonate soprattutto nelle zone pianeggianti invase dalle acque e sulle quali esistevano secolari boscaglie. Il toponimo del terreno rialzato su cui sorse il monastero rivela la sua origine perché Iscleto significa querceto. Contrariamente a quello che si crede i monaci non svolgevano attività manuale ma dirigevano le attività agricole di bonifica e di canalizzazione delle acque o i lavori edilizi che erano eseguiti dai coloni e dalle loro aziende o da famiglie dell'abbazia.

I monaci non volevano sottostare al vescovo locale o ad altri preti ma volevano essere liberi e dipendere direttamente dal Papa. Nel 1185 Papa Urbano prese sotto la sua diretta protezione, il monastero e tutte le sue pertinenze. Si trattava di un dominio molto ampio che comprendeva cinque Castelli: il castello detto dell'Isola, il Castello di Monteprandi dove era sorta la villa di Fermignano, il castello di Montelice, Il Castello di Monte Tortore nella zona di Pieve di Cagna e il castello di Farneta oggi in Comune di Acqualagna.

I monaci di San Silvestro avevano diritto ad un terzo di tutti i proventi che si riscuotevano anche nella Pieve di San Fortunato di Peglio e nella pieve di San Giovanni di Silvano.

I monaci che vivevano nell'abbazia non erano molti. Nel 1252 ottennero dal Papa vari favori come l’indulgenza purché pentiti e confessati. Forse per ragioni di carattere economico la vita spirituale non era in linea con la regola benedettina tanto che il nuovo papa Alessandro IV dopo un’indagine decise di trasferire ad un'altra comunità il complesso abbaziale e i beni dei benedettini di San Silvestro in Iscleto e di trasferivi le monache dell'ordine di San Damiano o di Santa Chiara che erano state cacciate dal loro monastero.

I monaci opposero resistenza ma il Papa li minacciò e tutelò le monache che erano dalla sua parte che poi gestirono anche il patrimonio del monastero. Le monache appartenevano alle famiglie benestanti del territorio, erano originarie di Urbino, Cagli, Assisi, Gualdo Tadino e Mercatello. Le ragioni della soppressione dell’abbazia sono legate ad una richiesta del Conte Guidantonio a Papa Martino V, zio di sua moglie Caterina Colonna sposata nel 1424. Lui aveva informato il Papa che l'abbazia era isolata, difficile da difendere e che da qualche tempo le monache commettevano “vizi nefandi con pubblica mormorazione e scandalo di molti”. Il Papa chiese al vescovo di Urbino di indagare su come stavano le cose e di unire le monache di San Silvestro a quelli di Santa Lucia di Urbino. Verificato che le accuse erano vere il monastero fu soppresso, le monache portate a Santa Lucia e l’abbazia divenne parrocchia.

L’abbazia, rasa al suolo dopo il 1400, fu sconsacrata e venduta ai privati nel 1951 ed è stata demolita alla fine degli anni 70. Sui suoi resti è stata costruita una chiesa. Oggi rimane in piedi solo l'antica cripta che venne utilizzata come cantina della casa parrocchiale poi di quella colonica. Nel 1975 sono stati avviati i lavori per la sua protezione e il parziale consolidamento ed è stata dotata di una copertura provvisoria.

La cripta è composta da un vano quadrangolare segmentato da due pilastri centrali da cui si dipartono quattro massicci archivolti sopra i quali poggiano le volte a botte e a crociera. Le arcate basse e compatte sono alleggerite da cordoli e rese meno cupe dall’alternanza di blocchi di calcare bianchi e arenacei. Rappresenta uno dei più caratteristici esempi di arte romanica dei primi decenni dell'undicesimo secolo.

Le aperture esterne sono costituite dall'ingresso e da due finestre a feritoia. Si accede discendendo sei gradini di pietra e due pianerottoli. L'entrata è ricavata restringendo irregolarmente l’arco a tutto sesto corrispondente alla campata interna. Nella parte bassa lungo le pareti correva uno zoccolo che poteva essere usato come sedile. Non si è conservata la pavimentazione originale che, probabilmente era costituita da lastroni di pietra. Sono stati ritrovati alcuni frammenti di decorazioni molto interessanti.

All’interno della parrocchia nuova si trova la tela di Girolamo Cialdieri raffigurante San Silvestro Papa, proveniente dall’omonima chiesa di Monte Prandi, territorio soggetto all’abbazia già dal 1185. Tale tela è stata restaurata dalla Pro Loco nel 1998.

Bibliografia Mario Luni, Castrum Firmignani: castello del Ducato di Urbino, Quattroventi, 1993 Francesco V Lombardi, Il monastero di S. Silvestro in Iscleto, Quattroventi, 1993 Giuseppina Alessandra Cellini, L’abbazia benedettina di S.Silvestro in Iscleto - La cripta e i frammenti scultorei, i Quattroventi, 1993

 

Astro caduto Scultura di Loreno Sguanci

Al centro di Fermignano tra via Celli e via XX Settembre, dietro il distretto sanitario, è collocata la scultura di Loreno Sguanci Astro caduto. Da un’esigenza di riqualificazione di un luogo è scaturita un’opera che si inquadra nel pensiero di Sguanci che ha sempre cercato un rapporto e un nesso profondo tra spazio urbano e scultura dove arte e architettura vivono in perfetta simbiosi.

Busto del Bramante

In via Martiri della Libertà, di fronte al Monumento ai Caduti  nei giardinetti pubblici, è stato collocato nel 1986 dalla Pro Loco di Fermignano il busto di Donato Bramante, in bronzo e marmo, realizzato dallo scultore Bruno Baratti (Cattolica 1911- Pesaro 2008).


Casa natale di Bramante a Ca’ Melle

Ca’ Melle di Sopra, a Monte Asdrualdo di Fermignano, era la vecchia casa di Antonio Pascuccio, il nonno materno di Donato Bramante. A Monte Asdrualdo esistono due case con lo stesso nome: Ca’ Melle di Sopra e Ca’ Melle di Sotto, ma soltanto una (Ca’ Melle di Sopra) era di Pascuccio, infatti viene anche designata con i nomi «Ca’ Antoniaccio» (da Antonio Pascuccio) e «Ca’ Bramante».

Nel corso dei secoli la dimora subì diversi passaggi di proprietà e cambi di nome. Sembra che ai tempi di Pascuccio il nome fosse «Ca’ Bramante» e che «Ca’ Melle» sia stato attribuito in una fase successiva. Come luogo di nascita di Donato Bramante, gli studiosi identificano Ca’ Melle (di Sopra) di Monte Asdrualdo e Bramante stesso si diceva «hastrubaldino».

 

Chiesa di Santa Maria Maddalena

La Chiesa di Santa Maria Maddalena risale alla metà del '700. Originariamente era un oratorio appartenuto alla nobile famiglia Bonaventura di Urbino che lo usava quando risiedeva a Villa Isola, era “comodo di villeggiatura”. L’oratorio era stato costruito fuori dalle antiche mura castellane e le sue dimensioni erano corrispondenti all'attuale sacrestia. Carlo Antonio Antaldi, di Urbino l’ho ricevette in dote della moglie Cristina, primogenita del Conte Ulderico Bonaventura, morta nel maggio del 1750. In sua memoria lui volle edificare la Chiesa di Santa Maria Maddalena.

In una veduta seicentesca il San Silvestro Papa e i Santi vescovi Martino, Leonardo, Biagio e Nicola che l'arcivescovo Marelli nel 1718 attribuisce all’urbinate Cialdieri sono raffigurati il ponte e la torre e sullo sfondo si intravede il piccolo complesso di Santa Maria Maddalena.

L’architetto Giuseppe Tosi di Urbino ebbe l’incarico di riedificare la chiesa che all'interno testimonia il sentimento funebre del Conte che fondò anche la Compagnia dei sette dolori. Nella chiesa venivano sepolti solo gli appartenenti alla compagnia.

All’interno della chiesa sull'altare maggiore è collocata una statua della Madonna Addolorata, in cartapesta, realizzata a metà Settecento. La statua era celata da un dipinto su tela che attraverso un sistema di carrucole saliva e scendeva, raffigurante il Compianto su Cristo morto con la Vergine, la Maddalena ed i simboli della Passione, opera dello urbinate Pietro Giangiacomi.

A fine Ottocento nella chiesa fu trasferita la Confraternita di San Gaetano, la cui statua è conservata sull'altare di destra. Nel corso del Novecento si edificò una cappella per ospitare la Confraternita; che fu successivamente abbattuta per costruirvi un edificio professionale ora in disuso.


I lavatoi

Vicino alla torre e all’ex mattatoio si trovano i lavatoi comunali, dove le donne andavano a lavare i panni. Il luogo, molto suggestivo, conserva intatto il sistema di riciclo dell’acqua e vi si può ammirare una magnifica vista della cascata sul fiume Metauro.

Il Ponte e la cascata

La tradizione locale considera Il ponte che attraversa il Metauro a Fermignano di epoca romana. Si tratta di una struttura monumentale a tre archi, costruita in blocchetti di pietra disposti in bassi filari e con tratti di restauro a mattoni. La tecnica di costruzione è simile a quella con cui è stata edificata l’attigua torre che è posta a difesa del luogo di transito. Ponte e Torre sono collegati e sembrano costituire un unico complesso monumentale di fondamentale importanza strategica nell’ambito della viabilità medievale.

A Federico II da Montefeltro verso la metà del Quattrocento si deve il primo restauro del ponte sul Metauro. Vespasiano da Bisticci, biografo del duca di Urbino, fornisce un preciso riferimento cronologico per gli ampi restauri a mattone che hanno riguardato anche il coronamento della torre con beccatelli in cotto. Altri interventi per riparare il ponte sono stati eseguiti nel 1541, nel 1625 e nei secoli successivi.

La notizia più antica sul monumento risale al 1364. La tecnica di costruzione è attribuita in modo generico all'età medievale. Il ponte sembra di matrice romana per la tipologia dei piloni e la pianta somigliante a quella di altri ponti antichi conservati lungo la Flaminia, con la presenza di caratteristici cunei frangi corrente.

La via di collegamento con Roma è ricordata negli Statuti di Rimini del 1361, da Ludovico Ariosto che nel 43esimo canto dell'Orlando Furioso la fa percorrere a Rinaldo, in viaggio da Rimini per Montefiore, Urbino fino a Cagli. Nella strada si trovavano numerosi “Ospedaletti” ed era frequentata nel Medioevo dai Romei. Nel Settecento era considerata come la strada più breve per andare da Rimini a Roma e l'esistenza del ponte è confermata già nel sesto secolo durante le operazioni militari della guerra goto-bizantina.

Cascata Il ponte si trova al centro del paese di Fermignano, in un punto, dove il fiume Metauro genera attraverso un salto d’acqua una piccola cascata. La cascata, molto affascinante, compie due salti di quota, uno è artificiale e l’altro naturale. Il dislivello è di circa 10 m. E’ stata importante per lo sfruttamento dell’energia idrica. In corrispondenza della cascata, l’edificio, ex Lanificio Carotti, ospita un impianto idroelettrico ancora in funzione.

Circa a metà del ponte si trova una piccola edicola votiva eretta per volere di Federico da Montefeltro intorno alla metà del XV secolo e realizzata forse sotto la direzione dell'architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Al suo interno è conservato un affresco di fattura tardo-quattrocentesca (o cinquecentesca secondo altri studiosi) raffigurante una Madonna col Bambino soprannominata "Madonna del Ponte".


Tomba di Asdrubale – Battaglia del Metauro

Nella piana di San Silvestro a Fermignano le truppe dei consoli romani, Claudio Nerone e Livio Salinatore nel 207 a.C., sbaragliarono l’esercito del condottiero cartaginese Asdrubale, segnando la fine dell’avventura di suo fratello Annibale che attendeva i rinforzi a Capua. La leggenda vuole che sulla collina di Mont’Elce, vi sia la tomba di Asdrubale. Sul luogo in cui è stata combattuta la battaglia del Metauro si è scritto molto perché sono circa trenta i luoghi identificati sulla base di quanto scritto da Tito Livio e Procopio. Le ipotesi più accreditate tuttavia sono due: l’area di Fano-Fossombrone e quella di Fermignano.

Il toponimo Monte Sdrovaldo o Asdrubaldo è attestato In relazione all’altura a sud di Fermignano fin dal 1291. Lo stesso Bramante è ricordato dal ‘400 come “hastrubaldino” perché nato vicino a monte Asdrovaldo, dove Asdrubale morì e fu sepolto.

Federico da Montefeltro era informato della battaglia e la Corte Ducale anche negli anni successivi sosteneva e si vantava della battaglia avvenuta nei pressi di Urbino. Michelle de Montaigne nel 1581 attraversando nel suo viaggio in Italia il Ducato di Urbino venne a conoscenza della diffusa tradizione locale sulla battaglia del 207 a.C e nel suo diario scrive di prestare fede ad essa e di rimanere perplesso di fronte al monumento, considerato il sepolcro di Asdrubale. Questa è la prima menzione della cosiddetta tomba di Asdrubale poi ricordata tra il Cinquecento e Il Seicento dal Baldi e dal Macci. Il Morosini, storico di Fossombrone dell'Ottocento, riferisce che il Baldi in una delle sue Egloghe intitolate al Metauro scrive che molte sepolture che si veggono nei campi non molto lontane al Monte d’Elce, fatte di grandi tegole che insieme congiunte finiscono in un colmo, nelle quali si scorgono soldati sepolti, come si raccoglie dalle armature delle quali l'ossa loro si ritrovano coperte, appartenessero a tale fatto da arme. Tuttavia Morosini sostiene in altri scritti che la celebre battaglia è avvenuta a Montebello fra Fossombrone e Fano e che Asdrubale è stato ferito in quel luogo, ma è morto a Fermignano.

La tradizione fermignanese della battaglia del Metauro è stata sostenuta anche da Sebastiano Macci di Castel Durante che ricorda sulla vetta di Mont’Elce le rovine di un antico edificio romano menzionato secondo la tradizione locale Sepolcro di Asdrubale. Dallo stesso autore sono segnalate due iscrizioni romane con riferimento allo storico evento.

Nel Settecento diversi autori ricordano la tradizione sulla battaglia del Metauro e il sepolcro di Asdrubale. Domenico Passionei riporta una notizia molto interessante sul Cardinale Annibale Albani che fece scavare profondamente presso Fermignano dov'era la sepoltura di Asdrubale fino a trovare un cadavere, la spada e l'anello che trasferì nel suo museo privato.

Nel 1703 i monsignori Curzio Origo e Giovanni Maria Lancisi sostarono a Fermignano, alloggiarono nella torre dei signori Bonaventura e dietro consiglio di Papa Clemente XI Albani si recarono a Monte Asdrualdo.

Nell'800 si elaborò un progetto di sistemazione del sepolcro di Asdrubale ma non fu mai realizzato.

Il dibattito sulla “questione asdrubalica” continuò nel tempo fino a quando la struttura in laterizio superstite fu considerata un avanzo delle mura del castello di Montelce.

In epoca recente alcuni poeti ripresero la tradizione. Leopardi ricorda “la montagna che d’Asdrubale il nome anco ritiene” e menziona la galleria di Vespasiano. Pascoli ricorda le passeggiate a Fermignano e alla tomba di Sdrubale.

Nel 1938 nelle vicinanze di Fermignano sono segnalate tombe con materiale risalente al terzo e secondo secolo a.C..

Nel 1942-43 ci fu una campagna di scavi per trovare i resti archeologici relativi alla storica battaglia ma non venne trovato niente di significativo se non un gran numero di tombe terragne munite di tegoloni disposti a cappuccio, sia sparse che allineate l'una presso l'altra lungo la strada romana sulla destra del Metauro a Pistrino, San Gregorio e anche sulla sinistra del fiume sotto la collina di Repuglie nella località di Cà Malacarne, Pianto delle donne, Barcone e sotto Montelce.

La conformazione del colle su cui si è conservato il significativo toponimo presenta caratteristiche rispondenti alle modalità con cui si è svolto il combattimento nelle tre fasi essenziali. Prima il tentativo di Asdrubale di porre l'accampamento in “Tumulo super fluminis ripam”, in seguito lo scontro frontale degli eserciti che si trovarono di fronte a un colle inaccessibile, infine la manovra determinante di aggiramento di Claudio Nerone e la conseguente sconfitta dei cartaginesi.


Palazzo Calistri

Palazzo Calistri è uno dei più antichi e importanti palazzi di Fermignano. Si trova all'interno delle mura. E’ stato costruito nel 1563 come risulta sulla pietra d'angolo in via Budrio che ne riporta la data (in numeri latini). Si trova lungo la via Maggiore o Via Grande oggi Corso Bramante, l'asse rettilineo centrale dal quale si diramano i vicoli con le case a schiera regolarmente ordinate.

Il palazzo Calistri si sviluppa su una pianta rettangolare e su tre piani. Si caratterizza per le pregevoli incorniciature delle finestre e del portale architravati e arricchiti con motivi decorativi ancora oggi testimoni dell'epoca rinascimentale.

Sulla facciata principale il bel portale in arenaria presenta motivi vegetali e foglie con il moto di famiglia Soli Deo honor et gloria, scolpito nell’architrave insieme allo stemma centrale della famiglia che reca i simboli di una torre bugnata con porta e tre ordini di merli, banda trasversale con due stelle a otto punte e motivi a onde d'acqua.

Le finestre al primo piano sono caratterizzate dalla presenza di davanzali con eleganti capitelli e cornici in arenaria mentre quelle al secondo piano presentano architravi incisi con la sigla P.S.A. corrispondente alla dizione Posteris Suis Ades cioè abitazione destinata agli eredi della famiglia. Sulla facciata laterale di via Budrio, ai lati delle finestre del secondo piano, sono ancora presenti alcune cicogne di ferro. Secondo Paolo Pinti probabilmente erano utilizzate come torcieri o appendi arazzi e stendardi oppure come qualche forma di protezione per finestre non ancora dotate di vetri. Attilio Schiaparelli sostiene che fossero utilizzate come reggi asta e servivano per raccogliere le tende delle finestre in modo da lasciare penetrare la luce dall'alto e difendersi dei raggi solari.

Durante i lavori di restauro della facciata sul Corso Bramante è emersa una piccola porzione d’intonaco originale affrescato con forme geometriche colorate. Ciò fa supporre che molto probabilmente l'esterno dell'intero piano superiore fosse disegnato. Al piano interrato è ancora oggi presente una grotta di notevoli dimensioni con ampie nicchie laterali. Secondo la tradizione orale si tratta di una via di fuga che dall'interno del palazzo attraverso una galleria sotto la via Maggiore conduceva in caso di necessità direttamente all'interno della Torre delle Milizie, attualmente è inagibile.

Nella pietra che funge da arco d’ingresso, è scolpita la dicitura guardati nell'uscire datata 1723. Nel corso dei secoli il palazzo è stato più volte rimaneggiato, ma il nucleo originario è rimasto intatto Dalle vecchie mappe catastali emerge che il palazzo occupava una superficie coperta maggiore di quella attuale e all'inizio del XIX secolo aveva un'estensione di circa 400 mq.

Oggi l'edificio si sviluppa su tre piani fuori terra e occupa una superficie di circa 270 metri quadrati. Dal 1818 al 1879 il palazzo è stato adibito a sede del Municipio di Fermignano e ha ospitato il primo consiglio comunale istituito a seguito dell'indipendenza dal Municipio di Urbino.

All'interno del palazzo è ancora oggi presente la cappella gentilizia decorata con interessanti pitture dell'epoca settecentesca. I primi componenti della famiglia Calistri compaiono agli inizi del 1600 Renzino, Silvia e Giovanni e risultano figli di non meglio specificato Calistro del quale non si hanno altre notizie. Il vero capostipite del ramo fermignanese è Giovanni Di Calistro o Calistri che nel corso dei secoli contribuirà alla crescita della cittadina distinguendosi per la partecipazione alla vita del paese sia laica che religiosa e assumendo nel tempo posizioni di riguardo che si protrarranno fino all'estinzione della famiglia. Oggi l’edificio è di proprietà privata ed è adibito a residenza.

 

La Chiesa parrocchiale di Santa Veneranda

La Chiesa parrocchiale di Santa Veneranda sorge in pieno centro storico a Fermignano. Sostituì l'antica pieve di San Giovanni Battista ancora oggi visibile alla periferia cittadina.
Fu la Confraternita del Gonfalone, fondata nel 1514 e molto influente nella città, a far erigere un oratorio dedicato a Santa Veneranda. Tale oratorio doveva essere situato nell'attuale portineria del Lanificio Carotti. Per tutto il corso del Cinquecento la Confraternita fu impegnata ad ingrandire la chiesa, alla quale fu aggiunta l'abitazione del cappellano.
La chiesa subì notevoli danni con il terremoto del 1781 e fu riedificata secondo l'aspetto attuale, con materiale recuperato da gran parte delle altre chiese, anch'esse danneggiate. In tale occasione andarono distrutti e dispersi molti dipinti e statue che l'adornavano.
La struttura architettonica fu realizzata nel 1784 su disegno dell'architetto Giuseppe Tosi di Urbino, che a Fermignano aveva già realizzato la chiesa di Santa Maria Maddalena.

 

Oratorio di Santa Maria delle Grazie

L'Oratorio di Santa Maria delle Grazie, detto comunemente Madonna del Furlo si trova nel Comune di Fermignano. E’ collocato all'imbocco della galleria romana dal lato di Fossombrone. Nell’antichità per dare sostegno ai viandanti, i Romani costruirono nei pressi della galleria una "mutatio", che serviva a corrieri e viandanti per cambiare o far riposare i loro cavalli, alla “mutatio” si aggiunse in seguito la "Taberna".


Pagino Castello di Fermignano

Pagino Castello (o Pagino) è una piccola frazione del Comune di Fermignano. E’ parte integrante del territorio del Furlo e contribuisce a costituire la Riserva Naturale Statale del Furlo, che per circa un quarto della sua estensione rientra nel Comune di Fermignano.

E’ situato in posizione panoramica, alle pendici del Monte Pietralata a quota 390 metri s.l.m.. Dal Castello si può ammirare un ampio panorama sulla media e bassa valle del Metauro, su tutto il crinale montuoso delle Cesane e sui versanti esposti a Nord dei Monti Pietralata e Paganuccio.

Villa Isola

Villa Isola è situata a poco più di 1 Km dall’abitato, lungo la Strada Provinciale 4, che collega Fermignano ad Urbania. Si trova al centro di un vasto terreno in un'ansa del fiume Metauro, che la delimita su tre lati, quasi come un'isola. Nacque come torre colombaia nel III secolo, poi fu trasformata in un casino di campagna da Guido Antonio Bonaventura, che ne divenne proprietario nel 1467. Nel 1578 ospitò Torquato Tasso e, dopo il matrimonio dell’ultima discendente dei Bonaventura, Maria Cristina, con il marchese Antonio Antaldi Viti, nel 1749, fu ampliata con un porticato, alcune sale al piano superiore e un oratorio dedicato a San Rocco.

Oggi è di proprietà di Eugenia Ligi Ruperti. L’edificio originario, ampliato e trasformato nel corso dei secoli, si sviluppa su pianta rettangolare e su due piani. Sulla facciata principale è presente un portico a quattro campate sostenuto da robusti piloni, delle finestre rettangolari incorniciate da semplici cornici in laterizio a vista. Internamente presenta volte a vela con decorazioni in stucco settecentesche. A poca distanza dalla residenza sorge una costruzione più bassa, composta da una cappella con sagrestia retrostante e locali di servizio che in passato erano adibiti a seteria. Dietro la cappella si trova inoltre una piccola fontana in muratura mista di pietre e mattoni.

La nobile famiglia Bonaventura era forse di origine fermignanese, sembra che fosse proprietaria del castello di Monselice, una lapide collocata nella chiesa di Santa Maria della neve ora distrutta lo ricordava. Federico Bonaventura aveva fatto costruire la Villa Isola con una cappella proprio sotto il castello di Monselice. Nella villa era nata la figlia Olimpia battezzata nel 1587 nella Pieve di San Giovanni Battista.

Federico Bonaventura, nato nel 1555, si trovava a Urbino all'epoca della rivolta contro Guidobaldo II della Rovere. Francesco Maria II lo apprezzò per le sue doti di prudenza, lo volle a corte e lo inviò in qualità di Ambasciatore presso vari principi. Federico era uno studioso della natura e sembra che preferisse la solitudine della villa per dedicarsi ai suoi studi. La tradizione vuole che Torquato Tasso, suo amico, avrebbe composto lì la canzone al Metauro. Bonaventura era amico anche di Federico Barocci che lo ritrasse.

La Grotta del Grano

La grotta del Grano è un grande riparo naturale. Il nome della grotta deriva dal rinvenimento, avvenuto nell’Ottocento, nel corso di lavori di riassetto della strada, di una ricca provvista di grano e di altri cereali carbonizzati, attribuibile al periodo immediatamente successivo alla guerra greco-gotica (VI sec. d.C.), quando in questa zona si verificò un incendio ad opera dei Longobardi. Vitige, re dei Goti, aveva fatto costruire sulla Flaminia per controllare la strada, il cosiddetto castello gotico, tra la galleria di Vespasiano, e la Grotta del Grano, che comprendeva al suo interno case e baracche per i militari e le loro famiglie. La fortezza, posta in un punto strategico di transito, fu contesa a lungo e fu conquistata più volte ora dai bizantini ora dai goti, finchè i Longobardi, diretti verso Roma, nel 571 d.C. distrussero definitivamente il castello con il fuoco.

 

GLI EVENTI

- Palio della Rana: Storica e celebre manifestazione primaverile che anima il borgo con rievocazioni medievali e la caratteristica corsa delle carriole condotte dai "ranocchiari".

- Stacciaminaccia: Festival nazionale di letteratura per l'infanzia, dedicato ad albi illustrati, laboratori e incontri per famiglie e scuole.

- Gran Premio del Biciclo Ottocentesco: Spettacolare rievocazione con storici bicicli dell'Ottocento.

- Scalinata – Il Piacere di Ballare: Quattro serate di musica dal vivo, stand gastronomici con prodotti tipici e ballo in Piazza Don Minzoni.

- Autunno in Musica: Rassegna concertistica organizzata dal Coro Polifonico Giorgio Giovannini, con esibizioni e spettacoli ospitati presso il Museo dell'Architettura


GLI ITINERARI


Itinerario Bramante

Sui passi del Bramante
I Luoghi Bramanteschi di Fermignano celebrano il legame tra la città e Donato Bramante, genio del Rinascimento nato qui nel 1444. Il percorso conduce alla scoperta dei luoghi che evocano la sua eredità artistica e culturale: il Ponte e la Torre medioevale sul Metauro, simboli dell’identità cittadina; la Casa natale di Bramante, e il Centro storico, dove architettura e prospettiva rinascimentale dialogano con il paesaggio marchigiano. Un itinerario che unisce storia, arte e memoria, rendendo omaggio al maestro che portò lo spirito di Fermignano nelle grandi opere d’Italia.

- Casa natale di Bramante
- I lavatoi
- Giardinetti – Busto del Bramante
- Ex palazzo Municipale
- L’ex Mattatoio, museo dell’architettura
- Ex Cartiera – Lanificio Carotti
- La torre e il ponte
- Il ponte e la cascata


Alla scoperta della Gola del Furlo

Tra natura, storia e avventura
La Riserva Naturale Statale Gola del Furlo offre un ricco ventaglio di percorsi che uniscono natura, storia e cultura. Dai sentieri che attraversano la riserva fino alle terrazze panoramiche dove ammirare il volo delle aquile, ogni itinerario consente di scoprire luoghi unici come il Museo del Territorio, le antiche gallerie romane e la centrale idroelettrica. Accanto ai percorsi escursionistici, è possibile vivere esperienze immersive come tour in e-bike sul Monte Pietralata, gite a cavallo, escursioni in canoa sul Metauro e visite al Museo dei “Riciclosaure”. Con oltre 50 km di sentieri e 47 km di itinerari cicloturistici, la Gola del Furlo è un luogo ideale per esplorare l’entroterra marchigiano tra natura, archeologia e avventura.

- Riserva Statale Naturale della Gola del Furlo
- L’aquila reale nella gola del Furlo e la comunità degli uccelli
- La Grotta del Grano
- La grande galleria di Vespasiano
- Le due gallerie del Furlo – La galleria piccola
- Oratorio di Santa Maria delle Grazie
- La Centrale idroelettrica del Furlo
- “Presenza” La scultura di Loreno Sguanci
- La gola del Furlo
- Pagino Castello di Fermignano
 

Cosa vedere
Cosa fare
Dove mangiare
Dove dormire
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