CAGLI
Cagli è un affascinante comune marchigiano situato nella provincia di Pesaro e Urbino, alle pendici del Monte Catria. Con le sue antiche origini romane e un ricco patrimonio artistico e architettonico, Cagli rappresenta un perfetto equilibrio tra storia, natura e tradizione. Il centro storico custodisce monumenti di pregio come il Torrione martiniano, il Teatro Comunale, numerose chiese e palazzi nobiliari. Circondata da paesaggi mozzafiato e percorsi naturalistici, la città offre un’esperienza autentica, arricchita da eventi culturali, enogastronomia tipica e una calorosa accoglienza. Cagli è un luogo ideale per scoprire il cuore più genuino delle Marche.
LA STORIA
Di fondazione preromana, come testimoniato dal rinvenimento di bronzetti votivi nei pressi di Coltone, entrerà nel dominio romano sfruttando la propria posizione strategica sulla via Flaminia. Qui infatti negli itinerari di epoca romana si nomina una mutatio ad Cale ed un Cale vicus. La prima si costituiva come una sorta di stazione per il cambio dei cavalli, il secondo era un borgo sviluppatosi lungo l’importante arteria consolare che collegava Roma con Rimini. Dal VI secolo, sotto il dominio bizantino, Cagli diviene uno dei capisaldi della Pentapoli annonaria assieme alle città di Gubbio, Fossombrone, Urbino, Osimo e Jesi. Dovette conservare una certa importanza se nella donazione di Pipino il Breve (754), ratificata anche da Carlo Magno nel 774, in favore di Santa Romana Chiesa, viene indicata come città, entrando così a far parte del territorio della Chiesa. Costituita dal XII secolo a libero comune, ben presto espande i propri confini, assoggettando numerosi castelli fino a corrispondere all’ampia estensione assunta dalla diocesi, fondata a Cagli nel IV secolo dal vescovo Greciano.
Mentre il vicus romano si trovava lungo la via Flaminia, l’antica città fu costruita a monte sul colle cosiddetto della Banderuola. Il sipario storico del Teatro Comunale ci fornisce una significativa descrizione del borgo nella giacitura montana nella scena con la consegna da parte di Federico Barbarossa delle chiavi della città di Perugia a Ludovico Baglioni. Nel 1162 l’imperatore si accampò infatti a Cagli, ricevendo dalla popolazione, prevalentemente Guelfa, un’accoglienza tutt’altro che positiva. I dissidi tra Guelfi e Ghibellini proseguirono fino al 1287 quando su iniziativa del Ghibellino Trasmondo Brancaleoni, appoggiato dalla potente famiglia dei Mastini, nel tentativo di sottrarre il potere detenuto dalla fazione Guelfa, fu appiccato un incendio che mutò definitivamente le sorti della città. Ampiamente distrutto il centro urbano, si decise di abbandonare il colle della Banderuola per ricostruire ex novo la città nel pianoro sottostante cosiddetto di Santangelo o del Mercatale, annettendo le preesistenze architettoniche che ne costituivano il borgo.
A promuovere la riedificazione del nuovo centro urbano fu il pontefice Niccolò IV che si interessò personalmente della questione in virtù degli ottimi rapporti intrattenuti con la famiglia cagliese dei Berardi. La prima pietra fu posata il 9 febbraio 1289 e in ossequio all’intervento del pontefice la nuova città nacque sotto il titolo di Sant’Angelo Papale, nome che venne ben presto abbandonato in favore di Cagli di ben più antica derivazione. Alla riedificazione del centro cittadino, per la quale si propose un impianto urbanistico ad assi ortogonali, contribuirono 57 comunità. A memoria di tale ampia partecipazione è il salone degli stemmi del Palazzo Pubblico in cui nella decorazione a fresco compaiono i blasoni di tutti i comuni che hanno partecipato alla ricostruzione del centro cittadino.
La comunità cagliese dovette reagire presto a questa grave battuta d’arresto se già nelle Constitutiones Aegidiane del 1337 compare tra le nove città magnae della Marca assieme a Pesaro, Fano e Fossombrone. Entrata a far parte del dominio dei Montefeltro nel 1367 manterrà sempre rapporti di fedeltà con la famiglia ducale anche a seguito dei ripetuti tentativi di conquista da parte dei Borgia prima e dei Medici poi. Testimonianza tangibile della presenza dei Montefeltro sul territorio è il Torrione Martiniano, struttura superstite di un più articolato progetto di fortificazione ideato da Francesco di Giorgio Martini su commissione di Federico da Montefeltro. Con la devoluzione del ducato d’Urbino anche Cagli entrerà a far parte dei territori soggetti allo Stato della Chiesa fino all’avvenuta Unità di Italia.
Malgrado il devastante terremoto del 1781 e le depredazioni di epoca napoleonica che molto tolsero al patrimonio storico-artistico cittadino, la comunità cagliese si fece portavoce delle spinte progressiste che culminarono nella proclamazione del Regno d’Italia. Emblema di questo desiderio di rinnovamento è l’imponente Teatro Comunale, nato per volontà dell’amministrazione comunale e l’impegno finanziario di alcuni facoltosi cittadini, ancora oggi cuore pulsante della vita culturale cittadina.
I LUOGHI CULTURALI
Centro di Scultura Contemporanea
L'idea di destinare il Torrione Martiniano a sede permanente di una collezione d' arte contemporanea, nasce negli anni ‘90 su iniziativa dell'amministrazione comunale in collaborazione con l’artista cagliese Eliseo Mattiacci, a seguito del successo ricevuto dalla mostra "Pensieri Spaziali" del 1989. L’iniziativa rientrò nelle celebrazioni del VII centenario della riedificazione della città e vide protagonisti i maggiori nomi della scultura contemporanea: Pietro Coletta, Marco Gastini, Paolo Icaro, Pino Pascali, Hidetoshi Nagasawa, Nunzio di Stefano ed Eliseo Mattiacci. Ognuno dei sette artisti, uno per ogni secolo trascorso, fu chiamato a confrontarsi con la storia e la peculiarità degli ambienti della struttura fortificata, realizzando al suo interno opere site-specific.
Il felice dialogo tra antico e contemporaneo troverà conferma nel 1991 con la decisione di rendere permanente la collezione ed istituire il Torrione Martiniano quale sede del Centro di Scultura Contemporanea. Ulteriore impulso verrà dato nel 1997 dalla mostra Eliseo Mattiacci a Cagli. Otto opere dal 1987 al 1996, ambientata nello spazio urbano cittadino, di cui rimane testimonianza nella scultura in acciaio corten Ordine Cosmico posta al centro del cortile interno al Palazzo Pubblico. A questo anno risale l’acquisizione di un consistente nucleo di opere all’interno della collezione che troverà nel corso degli anni, fino al 2012 ulteriori integrazioni fino a raggiungere l’attuale formazione.
Tale raccolta rappresenta alcuni dei linguaggi fondamentali che hanno caratterizzato la ricerca e la sperimentazione in campo artistico degli ultimi quaranta anni proponendo una riflessione sul concetto di scultura declinata su istanze poveriste e concettuali. L’ambientazione in uno degli esempi più affascinanti e lungimiranti dell’architettura militare martiniana, dall’alto valore simbolico, rende questa esposizione unica nel suo genere.
Sono presenti le opere di: Eliseo Mattiacci, Jannis Kounellis, Hidetoshi Nagasawa, Giulio Paolini, Paolo Icaro, Carlo Lorenzetti, Giulio Paolini, Giuseppe Uncini, Gilberto Zorio, Roberto Almagno, Ernesto Porcari, Giovanni Termini, Giuliano Giuliani, Luigi Mainolfi e Giovanna Bolognini, Pietro Coletta, Marco Gastini, Giuseppe Uncini, Salvatore Scarpitta.
Dal 1997 e fino al 2001 l’attività del Centro di Scultura d'Arte Contemporanea è stata documentata dalla pubblicazione periodica "Quaderni di Scultura Contemporanea", attraverso cui è stato possibile approfondire, anche grazie a numerosi interventi critici, le tematiche culturali ed estetiche inerenti la ricerca plastica.
Museo Archeologico e della Via Flaminia
Il Museo Archeologico della Via Flaminia di Cagli situato nei bellissimi locali del palazzo pubblico, ospita numerosi reperti archeologici della città e del territorio, che coprono un arco cronologico che va dalla preistoria al medioevo, una visita da non perdere per un' esperienza unica.
COSA VEDERE
Il Ponte Mallio
Il ponte Mallio rappresenta una delle più imponenti costruzioni romane sull’asse viario della consolare Flaminia. Viene innalzato, probabilmente in età repubblicana, alla confluenza del torrente Bosso con il Burano. Il nome con cui viene storicamente indicato risale all’erronea interpretazione di un’epigrafe posta a memoria di M(arcus) Allius che in epoca augustea ne promosse il restauro.
Si struttura in unico arco semicircolare dal diametro di 11,66 metri realizzato tramite 21 cunei perfettamente tagliati e posti a secco l’uno accanto all’altro. Il materiale impiegato per questa possente opera pubblica è un particolare tipo di pietra denominata breccione o localmente detta pietra grigna, proveniente da un’antica cava poco distante dalla vicina località Foci. Di più recente impiego la pietra corniola da farsi risalire ad un successivo intervento di reintegrazione di epoca augustea.
Zona di passaggio per molti pellegrini e romei che transitavano già in epoca medievale sulla via Flaminia, sin dal 1478 il ponte ospitava la piccola chiesa di Santa Maria Santissima Annunziata visitata da molti fedeli in ossequio alla miracolosa immagine della Madonna del Ponte ora conservata presso la Chiesa di Santa Chiara. L’edificio sacro, cui si affiancava una porta, costituiva il punto di ingresso al borgo, disciplinando il pubblico accesso al centro cittadino. Venne demolita nel 1898 per rendere più agevole il transito viario.
Il Torrione Martiniano
Il Torrione martiniano fa parte di un imponente sistema di fortificazione progettato dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini su commissione del Duca Federico da Montefeltro.
Il complesso architettonico, ancora in costruzione nel 1481, si componeva di una poderosa Rocca, in posizione sopraelevata rispetto al piano cittadino e del Torrione, inserito nella cinta urbica medievale.
Le due strutture erano collegate tramite un camminamento sotterraneo, il “soccorso coverto”, ancora interamente percorribile, articolato in oltre 360 gradini che dal Torrione risalivano la collina per aprirsi all’interno della Fortezza.
La Rocca, smantellata nel 1502 su disposizione di Guidobaldo da Montefeltro per impedirne la presa da parte di Cesare Borgia, rientra tra i progetti di maggior rilievo e soddisfazione dell’architetto senese, come desumibile dalle minuziose descrizioni che ne fa nel suo Trattato, unica fonte iconografica per ricostruirne le originali sembianze.
Se della Rocca non rimangono che delle rovine, intatto rimane il fascino suscitato dalle forme e dagli ambienti del Torrione. Dalla caratteristica forma a ellisse si sviluppa su 5 piani raccordati da scale lumacate culminanti nel ballatoio aperto in cui caditoie e feritoie si alternano a difesa della città.
Le calibrate scelte costruttive che informano l’intero complesso rappresentano innovative soluzioni architettoniche che il Martini sperimenta per far fronte al recente impiego delle armi da fuoco e rendono la costruzione cagliese un mirabile esempio di architettura militare di transizione.
Paragonato esso stesso ad una scultura scavata nella pietra, dal 1997 il Torrione è sede del Centro di Scultura Contemporanea, ospitando opere site specific di artisti di calibro internazionale tra cui Eliseo Mattiacci, Jannis Kounellis, Hidetosci Nagasawa, Giulio Paolini, Giuseppe Uncini, Marco Gastini, Gilberto Zorio, Ernesto Porcari, Paolo Icaro, Nunzio, Salvatore Scarpitta.
Il Teatro Comunale
Il Teatro Comunale di Cagli, raffinato esempio di “teatro all’italiana”, viene inaugurato nel 1878 con l’esecuzione dell’opera “Il Violino del Diavolo” scritta per l’occasione dal compositore Agostino Mercuri da Sant’Angelo in Vado.
I progetti per la realizzazione della nuova sala teatrale risalgono al primissimo periodo post unitario. Dal 1871 hanno principio i lavori di riadattamento del preesistente palazzo Benedetti, acquistato per l’occasione dall’Amministrazione comunale. A coordinare i lavori gli architetti Giovanni Santini e Coriolano Monti, mentre la cura del maestoso apparato decorativo è affidata all’artista perugino Alessandro Venanzi. Di gusto eclettico è l’elegante foyer che introduce alla sala degli spettacoli, armoniosa negli ambienti e preziosa nell’ornato. Raffinati stucchi e delicati ori accompagnano lo sguardo del visitatore attraverso i tre ordini di palchi e loggione in cui si articola lo spazio della sala.
Nel soffitto, dalla caratteristica cromia azzurra digradante al rosa sono mirabilmente descritte le allegorie delle sette Arti liberali (Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia, Retorica, Dialettica e Grammatica) cui corrispondono, descritti entro clipei a finto bassorilievo, i busti di due personaggi che sono stati designati a simbolo della disciplina cui riferiscono.
Al centro della volta è possibile ammirare il rosone in legno finemente traforato e dalla duplice funzione, ornamentale e di servizio, per convogliare i fumi della combustione delle lampade in uso al tempo. Ancora oggi l’ornato si apre per far spazio all’elegante lumiera, in grado di sollevarsi oltre il piano di soffitto, in origine per favorire le procedure di accensione o spegnimento delle luci di sala, oggi per consentire le operazioni di ordinaria manutenzione.
Merita una menzione speciale il sipario storico, anche questo sapiente opera di Alessandro Venanzi, in cui è descritto l’accampamento dell’Imperatore Federico Barbarossa che prese in assedio la città di Cagli nel 1162.
Nato come teatro d’opera, in sostituzione del settecentesco Teatro delle Muse, ha accolto memorabili spettacoli e prestigiosi artisti. Ricordiamo in proposito il debutto, nel 1939, del celebre tenore Mario del Monaco.
Riaperto nel 1999, a seguito di accurati lavori di restauro che ne hanno restituito l’originario splendore, il teatro comunale continua ad ospitare artisti e compagnie di fama che, tramite il sistema degli “asili teatrali”, scelgono questo palcoscenico per provare i loro spettacoli e presentarli al pubblico in anteprima nazionale.
Il Palazzo Comunale
Sede amministrativa comunale si affaccia sulla centrale Piazza Matteotti e comprende due distinti palazzi: Palazzo Maggiore, detto anche Palazzo Grande, sede della Magistratura cittadina, con fronte sulla piazza e il Palazzo del Podestà, attiguo alla Chiesa di San Giuseppe. Edificati nel 1289 in posizione centrale all’interno del nuovo tessuto urbano, risentirono probabilmente dell’influenza derivata dalle maestranze eugubine impiegate nei lavori di ricostruzione. Si ipotizza che la veste medievale del palazzo potesse essere debitrice di alcune delle soluzioni architettoniche utilizzate nella costruzione del vicino Palazzo dei Consoli di Gubbio. In particolare l’accesso principale doveva essere notevolmente rialzato rispetto al piano di calpestio e raggiungibile attraverso uno scalone esterno. Al 1476 risale la donazione da parte della comunità cagliese del palazzo pubblico al Duca di Urbino Federico da Montefeltro, trasformandosi in Palazzo Ducale. Risalgono a questi anni numerosi cambiamenti d’aspetto dello stabile, per i quali è possibile ipotizzare la presenza di Francesco di Giorgio Martini, già a quell’epoca alle dipendenze dei Montefeltro e di lì a pochi anni di nuovo a Cagli impegnato nel progetto della maestosa Rocca con annesso Torrione.
Ad eccezione del breve periodo di reggenza dei Medici, il palazzo rimarrà di proprietà ducale fino alla devoluzione allo Stato della Chiesa del 1631, quando la magistratura cittadina poté tornare ad insediarsi nella primitiva sede. Il fronte principale presenta ben visibili tracce delle preesistenze architettoniche nella scansione delle finestre e degli archi ora tamponati. Al centro dell’imponente facciata si posiziona un balconcino sorretto a mensoloni sul quale si posiziona entro una nicchia una statua con la Madonna col bambino in pietra d’Istria commissionata nel 1680 a maestranze venete. Al di sopra campeggia il grande orologio il cui quadrante è stato realizzato dai lapicidi cagliesi Scipione e Giambattista Finale (lo stesso che lavorò alla loggia della Chiesa di Sant’Angelo minore). Ai lati dell’attuale ingresso una serie di peducci è tutto ciò che resta di un loggiato messo in opera già all’epoca di Federico da Montefeltro, rimasto incompiuto e smantellato da Francesco Maria II Della Rovere nel 1612. L’entrata principale conduce ad un ampio vestibolo con volta a padiglione. Oggetto di restauro nel 2007 è stato adibito a lapidario, configurandosi come appendice del vicino Museo Archeologico della Via Flaminia. In occasione dei lavori di ripristino sono stati recuperati sotto gli intonaci della volta ampi lacerti di affreschi con vedute di città che attorniano la lunetta centrale sovrastante il portale che affaccia sul cortile che raffigura una Madonna con Bambino e i Santi Michele Arcangelo e Geronzio opera di Giovanni Dionigi, realizzata nel 1563. Da qui le scale conducono al Salone degli stemmi decorato nel 1889 per commemorare i 600 anni della riedificazione di Cagli. Tornando al vestibolo nel pianterreno, sotto la lunetta affrescata, si apre in esterno un prezioso portale con insegne feltresche che dà affaccio sul cortile ora denominato del Cosmo, al centro del quale è esposta la scultura di Eliseo Mattiacci dal titolo Ordine Cosmico. Anticamente qui correva una via cittadina che divideva il palazzo della Magistratura da quello del Podestà, poi chiusa per congiungere i due edifici ai piani superiori. Il palazzo del podestà era luogo deputato a far rispettare la giustizia, dove si svolgevano attività pubbliche e mercantili, così come testimoniato dalle imponenti logge visibili sul fianco che si affaccia su via Alessandri. Ad oggi il palazzo ospita il Museo Archeologico della Via Flaminia. Dal cortile si può accedere, attraverso due rampe di scale voltate, agli ambienti anticamente adibiti a prigioni. Merita una menzione speciale la fontana di piazza, costruita da Giovanni Fabbri nel 1736 su disegno dell’architetto Anton Francesco Berardi.
Palazzo Berardi Mochi Zamperoli
Il monumentale edificio gentilizio è attestato come proprietà dei Berardi a partire dalla metà del ‘600. Non possediamo notizie precedenti a tali date, ma possiamo ipotizzarne una fondazione anteriore, da farsi risalire con buona probabilità all’epoca di riedificazione del centro cittadino nel piano di mercatale dopo i funesti eventi che distrussero l’antica città (1287). La famiglia Berardi svolse infatti un ruolo determinante in questa circostanza, facendo leva sugli ottimi rapporti intrattenuti tra il cardinale Berardo Berardi ed il pontefice ascolano Niccolò IV che favorì personalmente la rinascita cagliese. Certamente l’odierna struttura architettonica è debitrice degli interventi messi in opera nel Seicento, periodo di cui la famiglia Berardi dovette godere di notevole prestigio e floridezza economica. Amanti delle arti e della cultura i Berardi, nella figura di Anton Francesco, fondarono ai primi del Seicento l’Accademia degli Inculti che nel palazzo doveva avere sede. A distanza di una generazione, il nipote Anton Francesco Junior proseguì l’impronta culturale tracciata dal nonno paterno fondando in Cagli una colonia dell’Arcadia. Uomo assai colto e raffinato partecipò in qualità di architetto alla fabbrica del duomo cagliese oltre che intervenne in importanti cantieri della vicina Gubbio da solo o insieme al Murena, collaboratore del Vanvitelli. Non è da escludere che promosse personalmente il rinnovamento del palazzo di famiglia. L’ingresso principale all’edificio, ora ubicato su via Alessandri, si apre ad un ampio vestibolo scandito da possenti colonne binate dal quale si accede ad un ambiente voltato che si affaccia su piazza San Francesco. Di notevole interesse sono gli stucchi e gli affreschi del pianterreno. In particolare la sala, ora denominata dell’Arcadia, sul lato meridiano, custodisce un elaborato ornato in stucco con elementi ad affresco che si rifanno all’ars combinatoria di Raimondo Lullo. Il piano nobile si apre sull’ampio salone dotato di volta a padiglione interamente affrescato con immagini mitologiche. A questa sala fanno eco gli ambienti contigui con raffinate decorazioni, rendendo questo palazzo uno degli esempi più significativi dell’edilizia nobiliare dell’epoca.
Con l’estinzione dei Berardi la proprietà passò agli Agostini e successivamente ai Mochi-Zamperoli. Annesso al palazzo era un ampio giardino utilizzato dal 1948 per la costruzione di un cinematografo, fino all’acquisto avvenuto nel 1952 da parte della Banca Popolare di Cagli per farne propria sede. Dopo la guerra la proprietà venne frazionata e data in affitto ad uso civile nei piani superiori e commerciale nei locali del pianterreno. Dal 1997 è proprietà della Provincia di Pesaro-Urbino che dopo adeguati restauri alle strutture e agli ornati, ne ha restituito la funzione pubblica. L’edificio è dal 2013 sede del Polo Culturale d’Eccellenza in un’ampia porzione degli ambienti del piano terra. Il piano nobile è destinato ad eventi espositivi e culturali, mentre l’ultimo piano è sede del CESCO – Centro di Documentazione del disegno e della maquette della scultura contemporanea.
Palazzo Tiranni Castracane
Il palazzo viene edificato da Felice Tiranni figlio di quel Pietro Tiranni cui si deve la commissione a Giovanni Santi della decorazione della Cappella di famiglia in San Domenico.
Nominato segretario di Francesco Maria della Rovere, prosegue gli ottimi rapporti di fiducia intessuti già dal padre con la famiglia ducale. Dopo la morte della moglie il Tiranni intraprende una brillante carriera ecclesiastica che lo porterà a rivestire prestigiosi incarichi. Estinta la discendenza con il figlio Pietro, nel 1590 viene nominata quale erede universale la Santa Casa di Loreto che tenne in proprietà il palazzo fino a porlo in vendita all’incanto. L’edificio entrò a far parte dei beni dei Felici prima e dei Castracani poi (1646) fino ad essere incamerato dall’Istituto di Sostentamento del Clero, attuale proprietario.
Nel portale principale che si affaccia su via Purgotti sono gli stemmi dei Tiranni e della Santa Casa di Loreto. L’ingresso si apre su un vestibolo voltato che conduce ad un cortile interno da cui, tramite rampe di scale contrapposte si accede alle sale del piano nobile. Nell’ampio salone, a lungo utilizzato come pubblico cinema, fa bella mostra di sé un imponente camino, finemente intagliato da Elpidio Finale, che conserva nell’alzata una decorazione a stucco di Federico Brandani, datata 1571, con la Fucina di Vulcano. Certamente capolavoro dell’artista è la raffinata decorazione di uno dei soffitti delle grandi sale, realizzata nel 1555 con motivi di chiara ispirazione antiquariale e mitologica rappresentati i Trionfi dell’antica Roma a bassorilievo entro ampie quadrature e la Vittoria alata in posizione centrale che porta in capo una corona di rovere con tre stelle, probabile riferimento ai simboli araldici di Felice Tiranni.
Nella cappella di famiglia, situata a lato dell’ingresso al salone del piano nobile, vi era in origine un prezioso pavimento in ceramica di Deruta, giunto attraverso assegnazione d’asta al Museée Royaux d’Arte et d’Histoire di Bruxelles ai primi del ‘900.
Oggetto di restauri non ancora ultimati il palazzo viene utilizzato come suggestivo scenario per eventi espostivi.
IL POLO CULTURALE
Nato nel 2013 come centro culturale in grado di racchiudere in sé i luoghi del sapere della città, il Polo comprende la Biblioteca, gli Archivi, la Mediateca e la Fototeca comunali. Il patrimonio librario si articola in sezione antica e sezione moderna.
La sezione antica custodisce circa 9000 volumi che vanno dal XIV al XIX secolo con preziosi manoscritti, incunaboli e cinquecentine. Tra gli altri ricordiamo l’edizione, stampata a Cagli nel 1474, dell’orazione funebre di Giovanni Antonio Campano letta in occasione delle esequie della duchessa di Urbino Battista Sforza. Merita una speciale menzione il raro taccuino con disegni di Antonio Canova cui si affiancano i ventidue acquerelli scenografici originali di Ferdinando Antonio Galli da Bibiena. La sezione moderna consta di circa 10.000 volumi, frutto di continue acquisizioni e importanti donazioni.
Al suo interno trovano posto importanti e consistenti fondi librari, tra cui il fondo Fabrizio D’Amico costituito da circa 2000 volumi dedicati alla scultura contemporanea, in continuità con il Centro di Scultura Contemporanea nel vicino Torrione Martiniano ed il Cesco allestito all’ultimo piano di Palazzo in cui ha sede la biblioteca.
Si aggiunge al patrimonio librario un fondo di lastre fotografiche su vetro risalenti alla prima metà del Novecento costituito da circa 2000 esemplari. Questo, assieme a importanti fondi librari sono in corso di sistemazione e in attesa di catalogazione.
Le opere, consultabili a scaffale, sono suddivise per materie secondo il Sistema di Classificazione Decimale Dewey e sono inseriti nella Rete dei Servizi Bibliotecari della Provincia di Pesaro e Urbino. Lo spazio si sviluppa al piano terra del palazzo aprendosi sulla centrale Sala delle Carrozze, destinata al front-office, dalla quale si accede a 4 sale di lettura. Altri due ambienti sono adibiti a mediateca con 6 postazioni informatiche.
La sezione antica della biblioteca e l’archivio storico sono aperti alla consultazione solo su motivata richiesta.
La biblioteca organizza presentazioni di libri, conferenze, letture e attività didattiche per le scuole e per le famiglie. Aderisce al progetto Nati per Leggere.
LE CHIESE
Chiesa di San Domenico
Di fondazione più antica, da farsi risalire probabilmente al periodo di ricostruzione della città nel piano di Sant’Angelo nel 1289, la chiesa di San Domenico (già di San Giovanni Battista) venne riedificata nelle forme attuali intorno alla prima metà del XIV secolo dall’ordine dei Celestini. Si attesta alla prima metà del ‘400 l’insediamento nel tempio dei predicatori Domenicani, che le diedero il titolo attuale.
Benché l’impianto architettonico sia di matrice romanica, ben avvertibile nel fronte e nelle modanature che scandiscono i fianchi, numerosi furono gli interventi e le integrazioni successive, a partire dal portale quattrocentesco (1432), per taluni realizzato su disegno di Donato Bramante, fino all’abside e alla torre campanaria la cui costruzione è documentata alla metà del Seicento (1655 e 1658). L’interno è ad aula unica con copertura a due falde e capriate lignee.
Meta di studiosi e conoscitori che fin dall’800 transitavano sulla via Flaminia è la cappella Tiranni. Commissionata a Giovanni Santi da Pietro Tiranni, eminente personaggio dell’entourage feltresco, ospita un affresco considerato unanimemente dalla critica il capolavoro dell’urbinate. Si tratta di una Sacra Conversazione sormontata nella lunetta da una Resurrezione di Cristo. L’opera è da farsi risalire all’ultimo periodo della carriera del Santi intorno agli anni ’90 del ‘400 (Giovanni Santi morirà nel 1494).
La tradizione identifica nel volto dell’angelo a sinistra, ai lati della Vergine, le sembianze del piccolo Raffaello. Malgrado non si abbia alcuna prova a tal proposito non appare fuori luogo instaurare un legame tra la chiesa cagliese ed il giovane Raffaello che sembrerebbe citare nella Resurrezione di Cristo di San Paolo del Brasile il coperchio del sarcofago del monumento funebre fatto costruire da Pietro Tiranni per le commemorare le spoglie della moglie Battista. L’opera si può a tutt’oggi ammirare sul fianco sinistro della cappella e segna il primo attestato contatto tra il Santi e l’ambiente cagliese intorno al 1482. L’Urbinate realizza infatti la decorazione ad affresco raffigurante il Cristo morto sorretto dai Santi Girolamo e Bonaventura a coronamento dell’urna sepolcrale.
Nella prima cappella a sinistra è il dipinto raffigurante Il Miracolo di Soriano, di scuola napoletana per il quale si è fatto recentemente il nome di Cesare Fracanzano. Sullo stesso lato il terzo altare è ornato dalla statua novecentesca della Madonna del Rosario a fianco della quale sono stati rinvenuti frammenti di affreschi trecenteschi nascosti da scialbatura nel 1578. A questi si accompagna il ritrovamento del frammento di affresco raffigurante la testa di San Sebastiano durante i lavori di restauro del 1845 ad opera dell’architetto Michelangelo Boni, tradizionalmente attribuito a Giovanni Santi e conservato presso i depositi del museo civico. Nella prima cappella a destra, degno di menzione è il dipinto di Gaetano Lapis con la Presentazione al tempio. Accanto a questa, sulla destra, vi è, entro una nicchia, l’affresco con l’Annunciazione la cui attribuzione, piuttosto dibattuta, si è recentemente attestata su Timoteo Viti con l’intervento di Giuliano Persciutti nella realizzazione del Padre Eterno della lunetta. La cripta, al di sotto del presbiterio, conserva una decorazione ad affresco ad opera di Antonio Viviani detto il Sordo, tra gli allievi di Federico Barocci. Qui troverà sepoltura fra Michelangelo Nanni, morto in concetto di santità nel 1671, promotore del rinnovamento seicentesco dell’edificio.
L’annesso convento dopo vari passaggi di proprietà venne acquisito dall’Arma dei Carabinieri. Durante il secondo conflitto mondiale, per il ruolo politico-militare, divenne uno degli obiettivi delle azioni eversive partigiane che, facendovi brillare un ordigno esplosivo, distrussero gran parte dell’antico chiostro.
Chiesa di Sant'Angelo Minore
La Chiesa, situata all’angolo tra le vie Lapis e Gucci, sorge nell’antico quartiere di San Francesco. Risale al 7 aprile 1362 la concessione fatta dal capitolo Lateranense in favore alla confraternita di Sant’Angelo, anche detta “dei Nobili”, per la realizzazione di una Chiesa e di un annesso ospizio. Finalità della confraternita era infatti l’accoglienza ed il mutuo soccorso a bisognosi e indigenti, sostenute grazie a lasciti testamentari e sovvenzioni comunali.
L’impianto della chiesa risale alla fondazione tardo-trecentesca con successive modifiche nel corso dei secoli. Il fronte principale presenta una elegante loggetta cinquecentesca, per la cui invenzione è stato fatto il nome di architetti del calibro di Francesco di Giorgio Martini e di Jacopo Barozzi da Vignola senza giungere però ad alcuna verificabile attribuzione. Certamente l’esecuzione è da riferirsi, intorno alla metà del ‘500, a “M.ro Giambattista di M.ro Angelo scarpellino”, appartenente alla famiglia dei Finale, noti lapicidi cagliesi. A decorazione della facciata, sopra il portale, la presenza di due bassorilievi. Il primo descrive un Sant’Arcangelo Michele che uccide il drago, messo spesso in relazione con il bassorilievo di medesimo soggetto presente nel vestibolo del palazzo comunale. Il secondo presenta le chiavi incrociate sotto la tiara papale a testimonio della sottomissione della chiesa al capitolo lateranense. L’ambiente è ad aula unica sormontata da volta a botte lunettata.
L’estrema austerità e rigore dell’apparato decorativo viene addolcito dalla preziosissima tavola che fa mostra di sé sulla principale mensa d’altare. Si tratta del Noli me tangere, opera tra le più riuscite di Timoteo Viti di cui si conserva la firma: THIMOTHEI DE VITE URBINAT. OPUS.
L’artista, nativo di Urbino, svolse il suo primo apprendistato presso la bottega del bolognese Francesco Raibolini detto il Francia, per poi divenire uno dei collaboratori di Raffaello. L’episodio evangelico viene narrato con estrema eleganza e raffinatezza, proponendo un impianto narrativo derivante dalla tradizione tardogotica del polittico a scomparti. Ai lati i Santi Michele Arcangelo e Antonio, al centro, delimitata dalle rovine di un’architettura classica, si svolge la scena principale con l’incontro tra il Cristo e la Maddalena, che si apre su di un vasto paesaggio naturale. L’aggregato urbano descritto sullo sfondo ricorda la cittadina cagliese nelle sue forme cinquecentesche. L’opera si caratterizza per l’estrema vividezza dei colori, che presentano tonalità smaltate e gemmee, debitrici sembrerebbe dell’attività di orafo esercitata dall’artista nel suo primissimo periodo giovanile. La tavola fu commissionata dalla Confraternita intorno agli anni 1513-15 ovvero prima della collaborazione dell’artista con Raffaello presso la Cappella Chigi di Santa Maria della Pace, come proposto da Cuppini Sassi.
Chiesa di San Bartolomeo
Situata nel quartiere di Sant’Agostino si caratterizza per un apparato decorativo dallo spiccato gusto barocco.
Secondo quanto riporta lo storico locale Antonio Gucci si deve a donna Francesca Falagrini la fondazione, intorno al 1380 della piccola chiesa in devozione a San Bartolomeo. Sorta nelle vicinanze del Convento di Sant’Agostino (poi seminario vescovile), alla morte della Falagrini, furono gli agostiniani ad avere in cura il sacro tempio, fino alla richiesta avanzata dalla Confraternita di Santa Lucia di poterne avere concessione. Accordata l’autorizzazione, la confraternita prese il titolo di San Bartolomeo e proseguì i lavori di ristrutturazione iniziati già dagli agostiniani, promuovendo il rinnovamento dell’edificio fino alle forme attuali.
Nel 1629 la chiesa fu ampliata negli spazi corrispondenti all’odierna navata impiegando gli ambienti dell’antica chiesa a Coro. Per il prezioso soffitto a cassettoni lignei si incaricò Benedetto Ginestra di Fossombrone, che decise di integrare la preesistente copertura anch’essa a lacunari realizzata nel 1588 e visibile negli spazi del coro e della sagrestia. Allo stesso artefice va ricondotto l’altare principale in legno dalla caratteristica cromia blu con preziose dorature. Al centro è l’immagine della Madonna del Consiglio, mentre ai lati descritte entro nicchie a conchiglia le statue di San Giovanni Evangelista e di San Bartolomeo. Un simile ornato in legno prosegue nelle due pareti laterali in cui si dispongono le nicchie con gli apostoli che si alternano alle quattro grandi tele con Storie di San Bartolomeo.
Queste vennero donate da Maria Antonia Gucci che in riconoscenza per una grazia ricevuta ne fa commissione al vicentino Pasqualino Rossi. Gli episodi scelti sono nell’ordine (in senso antiorario): San Bartolomeo risana la figlia di Polimnio, San Bartolomeo converte Polimnio, il Battesimo di Polimnio, e il Martirio di San Bartolomeo. Le statue degli apostoli, in numero di dieci, sono da riferirsi a più mani tra cui figurano il francese Giovanni Anguilla ed il tedesco Francesco Enghiarez. Tra gli apostoli rappresentati mancano all’appello i Santi Simone e Taddeo descritti pittoricamente in due piccoli quadri così da completare idealmente il programma iconografico.
Chiesa di San Francesco
La chiesa di San Francesco, edificata tra 1234 ed il 1240, a soli otto anni dalla morte di Santo d’Assisi, detiene il primato di fondazione francescana più antica delle Marche. Costruita extra muros, nel piano cosiddetto di Sant’Angelo diverrà punto di riferimento attorno cui si avvierà la ricostruzione della città avvenuta nel 1289. Mirabile esempio di gotico medio appenninico, l’edificio si sviluppa ad unica navata con copertura a capriate lignee a due falde, presentando i caratteri di austerità e rigore tipici dell’architettura francescana. L’abside poligonale, scandita esternamente da una teoria di archi a tutto sesto culmina con un ornato ad archetti fittili che si armonizza perfettamente con lo slanciato campanile cuspidato in cotto. Ad accogliere il fedele, il raffinato portale marmoreo che reca nella lunetta un deteriorato affresco attribuito all’eugubino Guido Palmerucci raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Francesco e Giovanni Battista. Dell’originaria decorazione murale, obliterata a seguito della scialbatura del 1579, rimangono preziosi brani pittorici, che trovano l’apice nell’ornamento a fresco del catino absidale, esempio eloquente di arte trecentesca centro-italiana, che la critica ha attribuito a Mello da Gubbio. Le cappelle che ritmano lo spazio di navata presentano significative opere pittoriche e scultoree. Nel primo altare a destra dedicato a Sant’Antonio campeggia la statua del santo francescano con il bambino. Nel terzo altare a destra che custodisce le reliquie del Beato Giovanni Saziari, si trova la pala di Gaetano Lapis raffigurante Il miracolo della neve (1730). Dall’altro lato sul secondo altare con dedica a San Francesco si dispiega il maestoso altare in marmo finemente scolpito dai fratelli Finale con scene della vita del Santo. Nel primo altare a sinistra possiamo godere di una ben riuscita opera di Raffaellino del Colle raffigurante una Sacra Conversazione, di chiara ascendenza raffaellesca, realizzata attorno al 1540 su committenza della famiglia Pierfranceschi, in ringraziamento per la scampata peste. Anche la chiesa di San Francesco, come molti altri istituti religiosi del territorio, subì un pesante saccheggio ad opera dei napoleonici, venendo privata di opere di grandissimo valore storico-artistico ora presenti in alcuni dei maggiori musei italiani. Citiamo a tal proposito il prezioso polittico di Nicolò del Liberatore detto l’Alunno (ora alla Pinacoteca di Brera) che doveva essere di ornamento all’altare maggiore, la monumentale tela raffigurante Sant’Antonio di Simone Cantarini (ora presso la sacrestia della Chiesa di San Lorenzo a Milano) e la splendida Madonna con bambino tra San Geronzio, Santa Maria Maddalena e donatori di scuola Baroccesca commissionata dalla nobile famiglia dei Berardi (ora a Roma di proprietà del Pio Sodalizio dei Piceni). In controfacciata sulla cantoria conclude il percorso di visita il più antico organo delle Marche attribuito all’emiliano Baldassarre Malamini e da farsi risalire agli ultimi decenni del ‘500.
Chiesa di Santa Maria della Misericordia
Situata lungo la via Flaminia è sede dell’eponima confraternita tra le più antiche e longeve della città. Risalente al XIV secolo la fraternità si intitolò alla Madonna della misericordia solamente nella seconda metà del XVI secolo. Le attività principali per le quali l’istituto religioso riceveva sostentamento dalla chiesa e dal pubblico erano quelle di assistenza agli esposti e alle giovani abbandonate ed indigenti.
La chiesa presenta una facciata ad intonaco sulla quale compare un affresco con una Madonna col Bambino e Santi del XVI secolo. Il massiccio portale (1537) conduce all’interno della chiesa ad unica navata voltata a crociera con conchiglioni a decorazione degli angoli di imposta. Al centro dell’altare è un baldacchino marmoreo che protegge il gruppo policromo in terracotta della Madonna della Misericordia. Nelle vele della volta sono i quattro Santi evangelisti che la storiografia ha erroneamente attribuito ai Salimbeni. Sulle pareti laterali ad ornamento degli altari sono due dipinti di Claudio Ridolfi raffiguranti rispettivamente La Strage degli Innocenti con la predella di medesima iconografia opera di Girolamo Cialdieri e la Visitazione. Della trecentesca decorazione parietale rimango ampi frammenti scampati allo scialbo perché situati nell’intercapedine generata tra l’antico soffitto a capriata ed il successivo spazio voltato. Staccati dall’intradosso dell’antica volta i frammenti di maggiori dimensioni sono esposti all’interno dell’aula. Si tratta di una Crocifissione, una scena con il Martirio di Sant’Apollonia ed un Compianto sul Cristo morto. A questi si aggiungono due frammenti di dimensioni ridotte con il San Bernardino da Siena, e l’altro, dirimpetto, Sant’Onofrio. Si è fatto il nome di Jacopo Bedi per il Martirio di Sant’Apollonia, mentre per i restanti affreschi è stata individuata un’affinità stilistica con i dipinti che decorano la maestadella della Chiesa di Montemartello e dei lacerti riaffiorati dagli intonaci della Chiesa di San Domenico, ipotizzandone una comune cultura figurativa.
Concattedrale di Santa Maria Assunta
La distruzione della primitiva Cale nel 1287 spinse la comunità cagliese a ricostruire ex novo la nuova città nel Piano così detto di Sant’Angelo o del Mercatale. Venne dunque abbandonata l’antica cattedrale per l’edificazione nel 1292 di un nuovo edificio per il quale si scelse di proseguire la titolazione a Maria Santissima. Lo stato attuale dell’impianto architettonico è il frutto di numerose e successive manipolazioni. Nel 1646 la basilica subì una rotazione di 90 gradi rispetto all’asse attuale, modificando l’originario orientamento dello stabile. L’esiguità degli spazi portò infatti a rivedere completamente la struttura architettonica per poterne proporre un ampliamento. I lavori si protrarranno per oltre un secolo, per essere poi ripresi a seguito del terribile terremoto del 3 giugno del 1781 che causò la morte di 68 persone colte di sorpresa durante la solenne celebrazione della Pentecoste. La forte scossa provocò l’irreparabile crollo della cupola realizzata intorno al 1707 su disegno di Pietro Giacomo Patriarca di Roma con emendamenti dal cagliese Antonio Francesco Berardi Junior. Per esigenze statiche si decise di chiudere la cupola a mo’ di catino e di abbassare il vicino campanile. I restauri durarono 9 anni e la cattedrale venne riaperta al culto il 7 aprile 1792. A testimonio dell’antico assetto della chiesa, prima della rotazione dell’asse, è il primitivo portale sul lato di ponente che reca la data 1424. L’ingresso, ora tamponato, ma che allora doveva essere il principale, presenta una strombatura a due ordini di colonne finemente decorate e reca nella lunetta una Madonna con bambino con i Santi Michele Arcangelo e Geronzio di Ludovico Viviani da Urbino. Nella attuale facciata, rimasta incompiuta, si scorgono una serie di monofore tamponate che dovevano scandire gli spazi del fianco a meridione. I due portali sono opera di Michelangelo Boni che vi lavorò nel 1842. L’impianto della chiesa attuale a croce latina scandito da tre navate rispetta prevalentemente le forme assunte dall’edificio nel pieno ‘600. A fondo navata campeggia il monumento funebre a Sante Mochi ad opera di “Checchino” Benni, lapicida la cui presenza è attestata anche a Roma nel cantiere del Vittoriano.
Nella seconda cappella a destra è la tela con la Morte di Sant’Andrea Avellino, opera di Gaetano Lapis. In precedenza l’altare era dedicato alla Pietà, in memoria di ciò il pittore inserisce nella composizione una michelangiolesca Pietà in grisaille, sul cui basamento appone la firma e la data di esecuzione dell’opera (1758). Sotto il patronato della famiglia Tiranni e poi della Santa Casa di Loreto, erede universale della nobile famiglia cagliese, è l’altare in marmo dell’Annunziata (il quarto a destra), per il quale viene scelta una copia dell’Annunciazione del Barocci realizzata da uno dei suoi allievi Antonio Cimatori, detto Visacci. Altra pregevole opera appartenente alla scuola romana del Settecento è la tela con la Madonna col bambino che appare a Santa Teresa, commissionato a Sebastiano Conca nel 1720 dall’arcidiacono Gaspare Mencucci ad ornamento del terzo altare a destra. Il primo altare cornu epistolae vede a ornamento la grande tela di Luigi Garzi commissionata nel 1704 dal Comune di Cagli. Si scelse di rappresentare una Sacra Conversazione con San Geronzio, protettore della città, San Martino Vescovo, San Michele Arcangelo, San Giovanni Battista e San Gaetano da Thiene. Di notevole importanza è la Cappella del Santissimo Sacramento che conserva le due grandi tele di Gaetano Lapis con le scene: La Caduta della Manna e L’Ultima Cena. Con la ricostruzione della chiesa a seguito delle distruzioni causate dal terremoto, si provvide nel 1801 a costruire il nuovo altare in marmo in sostituzione dell’originario in legno di cipresso, trasferito presso la chiesa di San Geronzio. Su interessamento del pontefice Pio VI si provvide alla decorazione dell’abside con le figure di Santa Maria Santissima Assunta in cielo e i santi protettori Geronzio, Michele Arcangelo, Giovanni Battista e Martino Vescovo. Il Duomo cagliese fu elevato da papa Paolo Giovanni II alla dignità di basilica nel 1982.
Chiesa di San Giuseppe
Costruita extra muros, la chiesa, intitolata in antico a Sant’Angelo Maggiore, diede il nome al quartiere cui appartiene, oltre che al piano su cui nel 1289 verrà riedificata la nuova città di Cagli.
L’attuale denominazione deriva dalla concessione dell’uso perpetuo della chiesa alla confraternita di San Giuseppe (1576). Fu la confraternita a dare impulso per il rinnovamento dell’edificio fino a conferirne le attuali forme.
L’austerità dell’esterno contrasta con l’eleganza delle decorazioni dell’interno. Ad aula unica voltata a botte la chiesa presenta una raffinata decorazione a stucco in cui entro cornici sono rappresentate scene della vita di San Giuseppe opera di Girolamo Cialdieri, mentre a bassorilievo sono descritte le tre virtù teologali. La parete dell’altare di principale presenta una partizione architettonica scandita orizzontalmente su due livelli. Nella fascia superiore, entro finestre decorate a stucco, sono visibili numerose sacre reliquie giunte da Roma nel 1611. Al di sotto, ai lati, sono due scene inserite in cornici decorate a stucco attribuite ad Alfonzo Patanazzi e raffiguranti La visita di Elisabetta e Zaccaria con San Giovannino alla Sacra famiglia, a sinistra e La bottega di San Giuseppe a destra. Al centro sull’altare principale si incastona la tela con il San Michele Arcangelo che uccide il drago di Gaetano Lapis dalla chiara ispirazione reniana.
Nel paliotto è conservato il simulacro del Cristo morto dalle braccia semovibili che viene adorato durante la funzione e la processione del venerdì Santo. Secondo alcuni studiosi la scultura sarebbe di manifattura spagnola giunta a Cagli al seguito di Cesare Borgia (1502) che lo espose in segno di pace durante il suo ingresso in città, mistificando il suo tentativo di conquista dei territori del ducato. L’altare laterale destro in pietra finemente intagliato e dorato è opera di da Angelo Finale su commissione del capitano della Repubblica di Venezia e conte di Fenigli Antonio Benedetti. Dello stesso autore la scultura ivi collocata che raffigura il San Giuseppe col bambino. Sul lato opposto Leonardo Jacopini commissiona a Filippo Finale la statua in stucco con la Vergine dei dolori entro un raffinato ornato. Ai lati dei due altari laterali sono esposte, all’interno di nicchie, decorate con motivi floreali a stucco, le statue in legno di fattura ottocentesca raffiguranti San Giuseppe col Bambino, San Giovanni, la Madonna e la Maddalena. Ad eccezione della prima, le altre tre, nelle figure dei dolenti, scortano il corpo del Cristo morto durante la processione del venerdì santo.
Chiesa di Sant'Andrea
La costruzione della chiesa, avviata nel 1620 insieme al convento per volontà dei Minori Francescani detti Zoccolanti, fu completata nel 1630. A seguito del terremoto del 1744 la chiesa venne restaurata sotto la guida dell'arch. Anton Francesco Berardi. La chiesa è preceduta da una loggia a cinque arcate poggianti su robusti pilastri. L'interno, a navata unica, presenta una volta a botte lunettata, impreziosita da scorniciature in stucco e rosoni lignei. Sulla d. quattro arconi aprono verso le cappelle intercomunicanti. Nella la è la seicentesca tela con accenti ridolfiani raffigurante San Bernardino da Siena, San Pietro di Alcantara e San Pasquale Baylon. Nella 2a la pala dell'Immacolata Concezione è una derivazione da Federico Barocci. La 3a cappella ospita a grandezza naturale il notevole Crocifisso ligneo firmato fra Innocenzo da Petralia Soprana e databile 1630. Nell'ultima cappella è il seicentesco Cristo con la Madonna, Sant'Antonio da Padova, San Francesco d'Assisi, Santa Elisabetta e San Carlo Borromeo che ricorda certi modi del Cialdieri, Nell'altare maggiore era il Sant'Andrea abbraccia la Croce di Sebastiano Conca requisito dai napoleonici. Al suo posto è la modesta pala della Madonna, Sant'Andrea e San Francesco d'Assisi. Nella controfacciata, entro una cornice ovale, è la tela del San Carlo Borromeo in abiti francescani. Interessanti sono il pulpito sormontato da baldacchino e i confessionali intarsiati del 1749, e particolarmente elaborate sono le panche. Dietro l'altare maggiore è il coro ligneo eseguito da fra Giacomo da Pesaro nel 1644.
Convento e Chiesa Padri Cappuccini
Nel 1568 fu avviata l'opera di costruzione sotto la direzione di fra Baldantonio da Cagli e dei consi glieri comunali delegati, poiché fu il Comune ad innalzare il convento. La struttura conventuale tra il 1605 e il 1610 venne sottoposta a nuovi consistenti lavori di ristrutturazione, finanziati in larga parte dal cagliese Ettore Berardi. Con l'Unir d'Italia il convento venne demaniato e solo nel 1881 i frati poterono riacquistarlo dal Comune. Va detto che nello spazio sottostante parte del convento e della chiesa, sono conservati sicuramente resti cospicui della rocca di Francesco di Giorgio Martini,la cui presenza è leggibile anche nel marcapiano che corre nel braccio rivolto alla città. Della fortificazione militare restano impo nenti alcuni ruderi, privati del loro paramento murario esterno, ovvero dei conci lavorati che furono utilizzati in larga parte per costruire il convento e la chiesa. La poderosa massa muraria costituiva il puntone e due torricini, ed è ancora ben leggibile uno dei due muri che, unendosi al mastio triangolare, davano alla rocca forma rom. boidale. Sono leggibili anche le tracce di due troniere, una delle quali conserva ancora, seppure in parte, un "fumigante". Il puntone è attraversato da una scala, costituita da un'unica rampa, che si congiungeva al "soccorso coverto" ancor oggi proveniente dal Torrione. La chiesa, con copertura a capanna e capriate à vista, è preceduta da un basso portico. L'interno ad aula unica con volta sormontante l'altare maggiore e retrostante coro, ha sulla destra tre cappelle intercomunicanti, probabilmente posteriori, coperte con volte a botte. Nell'altare della la cappella è San Serafino da Montegranaro guarisce una bambina inferma. Appesi alle pareti sono San Michele Arcangelo e San Giovanni Battista, San Geronzio e San Filippo Neri, opere un tempo collocate a lato dell'altare maggiore. Nella 2a è la statua di San Francesco del 1923, con pregevole architettura che fa da sfondo. Nella 3a è San Lorenzo da Brindisi comunicato da Gesù. Di ben differente livello qualitativo è la pala dell'altare maggiore raffigurante il Cristo morto sorretto da un Angelo, fra i Santi Innocenti, Geronzio e Caterina d'Alessandria recentemente attribuita à Girolamo Cialdieri e considerata un'opera dei primi anni Trenta del Seicento. Nel coro è poi l'olio su tela rappresentante la Madonna in gloria con i Santi Michele Arcangelo e Geronzio, San Carlo Borromeo, San Francesco d'Assisi e San Bernardino da Siena rara opera marchigiana firmata di Paolo Piazza databile intorno al 1611. Interessante, infine, all'interno del convento il refettorio che ha mantenuto intat- ta la sua semplicità e che presenta nella parete di fondo una grande pittura dell'inizio del Seicento raffigurante la Lavanda dei Piedi. La scena biblica è racchiusa entro una finta cornice ai lati della quale sono ritratti a figura intera San Francesco e Sant'Antonio da Padova. Disposti lungo le pareti, entro finti riquadri, sono dodici figure databili al Seicento, tra le quali partendo da sin. in senso antiorario: Salomone, San Pietro, San Giovanni Battista, Cristo, San Sebastiano, David. Il riquadro ove è dipinto il Cristo regale si direbbe sovrapposto alla figura della Morte dipinta a monocromo.
I FIUMI
Fiume Bosso
Affluente del fiume Burano, nasce dall’unione dei torrenti Certano, Giordano e Fiumicello, che si incrociano nell’abitato di Pianello (frazione di Cagli) ed è popolato da trote Fario, Cavedani, Barbi e Vaironi, un paradiso per gli amanti della pesca no kill. Nei 15 chilometri di percorso all’interno di una valle stretta e boscosa, nell’affascinante contesto paesaggistico e rurale dell’entroterra Marchigiano, il Bosso si presenta come un tipico torrente appenninico di bassa quota. La sua portata idrica varia notevolmente a seconda delle stagioni e delle precipitazioni, raggiunge quindi massimo splendore e pescosità nel periodo primaverile e di inizio estate quando flora e fauna si propongono in tutta la loro bellezza. Caratteristici e pittoreschi alcuni tratti dove il fiume forma piccoli canyon, forre, cascate, scivoli calcarei e piscine naturali, meta per molti amanti del fiume che d’estate approfittano dell’acqua fresca e della natura incontaminata per cercare ristoro e divertimento.
Fiume Burano
Il fiume Burano nasce fra il Monte Cerrone e la Serra di Burano, in Umbria. La sua percorrenza si muove parallela all’antica via Flaminia creando una gola dalle suggestive emergenze naturalistiche e geologiche. La natura qui ha lavorato per millenni, scavando rocce, originando grotte e balze, creando paesaggi di grande suggestione. Non di meno ha fatto l’uomo, nel suo tentativo di dominare l’imperioso corso delle acque, costruendo maestosi ponti le cui vestigia contribuiscono a creare scenari dal fascino millenario. Nel tratto di fiume che va da Cagli verso la vicina Cantiano, incontriamo i resti del Ponte Taverna distrutto dalla violenta alluvione del 1976 ed il Ponte Grosso, anch’esso di epoca romana che deve il suo nome ai maestosi blocchi di pietra di cui è composto. Anche il Burano offre le sue fresche acque a chi voglia immergersi in una natura incontaminata, e per gli amanti della pesca no kill che ritrovano qui una vasta varietà di specie tra cui la trota Fario e il Vairone. Il Burano si congiunge al Bosso in corrispondenza del Ponte Mallio per poi confluire nel fiume Candigliano affluente del Metauro.
MONTI
Monte Petrano
Il monte Petrano assume una fisionomia così caratteristica da renderlo unico nel panorama appenninico. A differenza dei vicini rilievi, maggiori per altezza e per notorietà, il Petrano sviluppa un pianoro particolarmente esteso, con una quota che si aggira intorno ai 1100 metri, toccando il suo picco altimetrico in corrispondenza del rilievo denominato la Rocchetta (1162 metri).
Dal piano la visuale è mozzafiato. Lo sguardo può scorrere a 360° incontrando a sud-est il profilo aspro del monte Acuto della catena del Monte Catria, a nord-ovest il massiccio del Monte Nerone che lascia intravvedere in lontananza i rilievi del Carpegna, del Sasso Simoncello e dell’Alpe della Luna. Volgendosi a nord-est la vista si apre sulla Gola del Furlo fino a giungere alla costa adriatica, che dalla Romagna giunge al Conero.
Oltre al meraviglioso panorama sorprende il visitatore la tradizionale fioritura di narcisi che popola il pianoro durante il mese di maggio. Un evento botanico questo di eccezionale rarità che richiama ogni anno numerosi amanti della natura e della fotografia di paesaggio.
Meta di escursionisti e appassionati di sport all’aria aperta il pianoro si raggiunge facilmente attraverso una strada asfaltata che si estende su 10 km, partendo dal centro cittadino. Si possono praticare qui attività come il Kite Buggying ed il Kite Landsurfing favoriti dal forte vento che soffia spesso sul pianoro. Giunti alla zona sommitale dell’altipiano è possibile usufruire di un’area camper attrezzata e di comode strutture ricettive, entrambe attive nel periodo estivo da giugno a settembre.
I MONTI
Monte Catria
Con i suoi 1701 metri s.l.m. il massiccio del Catria presenta la quota altimetrica più alta di tutto il tratto appenninico compreso tra i Monti Sibillini a sud e l’appennino bolognese a nord. Posto lungo il confine tra Umbria e Marche, deve il suo nome alla particolare conformazione a “sella” (cathedra) dell’intero massiccio comprendente la vetta del monte Catria (m. 1701) e del vicino monte Acuto (m. 1668). Citato anche da Dante nel XXI canto del Paradiso, sin dall’antichità il Monte Catria è luogo di spiritualità, accogliendo lungo le sue pendici, a 700 metri s.l.m. il millenario Eremo di Fonte Avellana, ancora oggi meta di numerosi pellegrini che trovano qui ristoro ed accoglienza.
Dal punto di vista naturalistico e geologico il massiccio presenta notevoli ragioni per destare interesse di studiosi ed appassionati. Definito dai ricercatori come un atlante geologico, riassume una notevole varietà di conformazioni rocciose che, riaffiorando dal terreno, forniscono preziose informazioni sulle vicende evolutive che hanno interessato il bacino del Mediterraneo.
La ricca vegetazione comprende un’ampia varietà di specie che contribuiscono a creare paesaggi e scorci unici. Qui vive l'aquila reale che nidifica in una delle balze che da lei prende il nome. Non è raro incontrare il re dell'Appennino, il lupo, presente qui ancora in piccoli branchi. Il panorama si giova della posizione privilegiata delle sue alte cime, offrendo una visione a tutto tondo del fondovalle che raggiunge anche il mare. Conquistare la cima del Catria significa raggiungere l’imponente Croce metallica, innalzata in omaggio al Redentore nel 1901 su volere di pontefice Leone XIII. Dopo essere stata sostituita nel 1963 dall’alto dei suoi 18 metri continua a sfidare le intemperie e a troneggiare la vallata.
Luogo ideale per trekking, cicloturismo, equitazione ed escursioni naturalistiche che possono realizzarsi su tutti i versanti con vari gradi di difficoltà, il Catria d’inverno diviene una meta irrinunciabile per gli amanti degli sport invernali con ben 9 km di piste da discesa e la possibilità di praticare anche scialpinismo e sci di fondo.
Monte Nerone
Il massiccio del monte Nerone è la più settentrionale delle cime dell’appennino umbro-marchigiano, compreso nei territori dei comuni di Cagli, Piobbico e Acqualagna in provincia di Pesaro e Urbino. Seconda solo alla vetta del Catria la cima del Nerone si eleva ad un’altitudine di m. 1525 sul livello del mare. Come il Catria rappresenta una miniera a cielo aperto per geologi e paleontologi che per la particolare conformazione fisica del massiccio possono studiare rocce sedimentarie di origine marina che custodiscano resti fossili di molte specie animali che hanno abitato questi luoghi nel Giurassico superiore. Le varietà morfologiche e naturalistiche che caratterizzano questo massiccio offrono il piacevole incontro tra vasti prati-pascolo che in primavera si colorano di rare specie di fiori, ricche aree boschive e scoscesi dirupi su cui può capitare di vedere planare l’aquila reale.
La peculiare composizione calcarea di questo massiccio ha generato nel tempo numerose grotte di natura carsica, doline e ripide forre cesellate dall’acqua che contribuiscono a creare spettacolari panorami, ambienti ideali per chi ama gli sport estremi a contatto con una natura incontaminata. Qui è possibile praticare arrampicate, escursioni speleologiche, parapendio, ma anche equitazione e trekking. Il massiccio può offrire forti emozioni anche per gli amanti della mountain bike che qui possono sfidare una delle salite più difficili delle Marche. La cima del Nerone ospita gli impianti di telecomunicazioni Rai che a partire dal 1956 diffondono il segnale televisivo in tutte le regioni dell’Italia centrale.
I PAESAGGI
Arco naturale di Fondarca
Una delle meraviglie creata dal fenomeno dell’erosione sulle rocce carsiche che compongono il massiccio del Nerone è il suggestivo arco in pietra in località Fondarca. Raggiungerlo è piuttosto semplice e offre una bella passeggiata tra piccoli borghi e inaspettate emergenze naturalistiche.
Da Cagli è necessario dirigersi in direzione Pianello e da qui salire fino al piccolo abitato di Pieia. Qui inizia il sentiero 20, segmento del più esteso Sentiero Italia, che dopo circa un quarto d’ora di cammino conduce ai piedi di uno spettacolare arco di pietra che dà accesso ad una sorta di anfiteatro naturale, probabilmente ciò che resta di una grotta cui è crollata la copertura. Accanto è una più piccola grotta, detta delle nottole, per il tipo di animali che qui sovente si rifugiano, in cui sono stati recentemente rinvenuti dei manufatti risalenti all’età del bronzo che fanno ipotizzare questo luogo abitato sin da tempi remoti. Ben visibili anche le vestigia di un muro appartenente all’eremo di Font Arco. Ancora qualche passo più oltre si apre alla vista una piccola cascata le cui acque, con un bel salto che dall’alto precipita a terra, contribuiscono a creare un’atmosfera quasi edenica.
Meta di amanti della natura e di scorci singolari, muovono qui i primi passi gli appassionati di speleologia che utilizzano questo ambiente come una vera e propria palestra.
Riserva Naturale Statale Gola del Furlo
La Gola del Furlo, a 15 km da Cagli, presenta alcuni tra i paesaggi più suggestivi della regione Marche. Si presenta come una ampia fenditura che separa i Monti Paganuccio e Pietralata aperta dal rapido correre del fiume Candigliano che da qui procede in direzione del mare. Un’opera che ha impiegato milioni di anni a realizzarsi. Dal più antico calcare massiccio alla corniola, al rosso ammonitico ricco di fossili di animali marini, fino alla maiolica e alla scaglia lo stratificarsi delle rocce crea sfumature e varietà cromatiche che segnano il passo del tempo geologico dal Giurassico al Cretacico. La particolare conformazione geomorfologica contribuisce a creare un ecosistema diversificato abitato da una varietà di flora e di fauna senza pari. Dal 2001 si è deciso di tutelare e promuovere questa eccezionale biodiversità istituendo qui la Riserva Naturale Statale della Gola del Furlo con la ragguardevole estensione di circa 3600 ettari.
Questo magico luogo, anticamente scenario di feroci battaglie durante la guerra goto-bizantina, conserva un’antica galleria romana, un forolum (piccolo foro), cui deve il nome, fatta scavare nella roccia dall’imperatore Vespasiano in sostituzione di una più angusta galleria etrusca che le sorge ancora accanto. Luogo di passaggio obbligato per coloro che percorrevano la via Flaminia dagli anni ’80 è stata alleggerita dal traffico costruendo ben due altre gallerie parallele ad alta percorrenza. Dal 1920 una diga per la generazione di energia idroelettrica convoglia le acque del Candigliano generando un caratteristico lago artificiale. Si inserisce in questo particolare contesto il primo parco botanico culturale di Land Art delle Marche con più di 50 installazioni site-specific di altrettanti artisti chiamati a dialogare con le energie creative che questo luogo sprigiona.
Molte le attività che possono essere svolte nella Gola, dal trekking alle escursioni con guide naturalistiche specializzate alla scoperta dell’aquila reale e delle altre rarissime specie animali e vegetali che popolano la riserva. Offre possibilità di divertimento anche lo il parco avventura con percorsi acrobatici da praticare a tutte le età in piena sicurezza.
GLI EVENTI
Palio storico giuoco dell'oca
Il Palio storico giuoco dell’oca è una manifestazione di ispirazione storica che ogni anno anima la città nella seconda domenica di agosto. Ricaviamo notizia di un certo “gioco dell’oca” dallo storiografo cagliese Antonio Gucci che nei suoi Annali lo inserisce nell’elenco dei giochi che si disputavano a Cagli nel 1543, senza fornirne però ulteriore descrizione. Questo dato sarà il punto di partenza per la ben più recente tradizione del palio storico la cui prima edizione risale al 1987. A sfidarsi sono i quattro quartieri cittadini contrassegnati dai tradizionali colori: Sant’Agostino (rosa e nero), Sant’Andrea (giallo e azzurro), Sant’Angelo (rosso e blu) e San Francesco (rosso e verde).
Il gioco trae ispirazione dal tradizionale gioco da tavola, ma si realizza all’aperto, dal 2002 negli spazi dell’Arena di Sant’Emidio, precedentemente nel suggestivo scenario di Piazza Matteotti. A fare da segnapunti un rappresentante di ciascun quartiere che avanza di postazione in postazione a seconda dell’esito del lancio del dado. Obiettivo del gioco è raggiungere l’ultima casella, la numero 54 che raffigura San Geronzio con i suoi simboli: il putto e l’oca bianca. A complicare il percorso una serie di sfide a duello tra i diversi quartieri il cui esito conferma l’avanzamento del giocatore o ne stabilisce l’arretramento al punto precedente al tiro di dado.
Raggiunta la casella di arrivo al quartiere vittorioso viene consegnato il palio, la statua in metallo dell’oca simbolo del Santo patrono. Possono iniziare così ufficialmente i festeggiamenti presso le taverne, aperte già dalla sera prima, che propongono per ogni quartiere una selezione di piatti tipici locali.
Prologo della disputa è il corteo storico, che con i suoi 450 figuranti in preziosi abiti rinascimentali, ridisegna le vie cittadine per riconsegnarle ai fasti del pieno ‘500. Tra i partecipanti illustri anche il Duca di Urbino accompagnato dal podestà e da grandi ufficiali.
Il giorno del palio è preceduto dalla cerimonia di investitura dei capitani di quartieri, riproposta con estrema fedeltà storica. La cerimonia si chiude nella Basilica Cattedrale con l’accensione della lampada votiva in onore di San Geronzio per invocare la protezione del Santo patrono.
Dal 2003 sia affianca al Palio il Paliotto che si disputa la prima domenica di agosto. Le modalità di svolgimento sono affini a quelle del tradizionale Giuoco dell’Oca, ma a sfidarsi e rappresentare il proprio quartiere sono bambine e bambini tra i 10 e i 14 anni.
L’organizzazione dell’evento è a cura dell’Associazione Giochi Storici Cagli.
Festa della pipa
Inaugurata nel 2000, al fine di promuovere e far conoscere la raffinata arte della lavorazione della Pipa, è diventata una manifestazione che richiama tutti gli anni estimatori e appassionati del lento fumo da tutta Europa. Si svolge in due giornate, generalmente nel mese di giugno, con una esposizione mercato cui partecipano oltre 58 maestri pipai. A questa si affiancano mostre d’arte, esposizioni di modellismo e collezionismo, artigianato artistico, spettacoli dal vivo, il tutto inserito nella cornice d’eccezione che è la città di Cagli, con la sua storia e la sua arte, lo splendido paesaggio naturale e la sua tradizione culinaria che non manca di deliziare i partecipanti in momenti di piacevole convivialità. Ogni anno, in collaborazione con il Pipa Club Italia, si disputa in questa occasione la gara internazionale di lento fumo che premia il fumatore che a parità di pipa, pigino e tabacco conclude di fumare per ultimo, senza necessità di ravvivare il suo fumo. Un elogio alla lentezza che ogni anno rende Cagli la capitale di questo ricercato prodotto artigianale.
Cagli delle musiche
E’ l’evento che chiude l’estate cagliese. Nato nel 1996 su idea ed iniziativa della locale Pro Loco, si svolge ogni anno il terzo sabato di agosto, richiamando un pubblico sempre più numeroso. Al calare della sera le vie cittadine si animano di musicisti provenienti dalle più disparate estrazioni musicali che si esibiscono contemporaneamente negli scorci cittadini più caratteristici. Jazz, musica soul, classica, folk, rock sono solo alcuni dei generi che ogni anno accendono questa magica serata. Ogni suggestivo angolo del centro storico risuona di melodie e sonorità avvolgenti in grado di creare atmosfere senza tempo. Una passeggiata nella musica che si conclude a tarda serata nello splendido scenario di Piazza Matteotti con il grande concerto finale. L’evento è organizzato dall’Associazione pro Loco di Cagli.
TREKKING A CAGLI
Il territorio di Cagli si estende su un ampio comprensorio dalla notevole varietà paesaggistica. Si va dai dolci declivi del paesaggio collinare, fino alle alte vette dell’Appennino Umbro-Marchigiano con le cime del Monte Catria e del Monte Nerone, passando per l’ampio pianoro del Monte Petrano che sovrasta il centro cittadino. Un ambiente incontaminato fatto di assolate radure, boschi odorosi, creste selvagge e ripide gole incise dal lento e incessante scorrere dei fiumi. Luoghi selvaggi che l’uomo ha frequentato già in tempi remoti lasciando memoria di sé nelle rovine di antiche fondazioni o nelle pietre delle millenarie abbazie che punteggiano le boscose pendici.
Una fitta rete sentieristica permette di addentrarsi in questo variegato ecosistema per lasciarsi sorprendere dalle rare bellezze che si affacciano durante il cammino.
Misurati su diversi gradi di difficoltà, i percorsi permettono a chiunque di godere dello stupendo paesaggio che si offre allo sguardo, proponendo placide passeggiate, ideali per chi si affaccia timidamente al mondo del trekking, fino a escursioni dalle forti emozioni per i più esperti.
Tra i sentieri di estensione nazionale trova qui percorrenza il Sentiero Italia che, in questo segmento, dalla località di Pieia conduce alla vetta del Monte Nerone. Mentre il Sentieri Frassati è, in questa regione, rappresentato dal tratto che da Cagli conduce al Monastero di Fonte Avellana.
Tutti i gli itinerari sono contrassegnati dalla tipica segnaletica a bandiera bianca e rossa e dal numero nazionale CAI.